Quando a un leader politico viene posta una domanda diretta su un tema che tocca diritti, legge e vita quotidiana di migliaia di persone, il modo in cui risponde è spesso più rivelatore del contenuto stesso delle sue parole. È quello che è accaduto a Mansour Abbas, deputato arabo israeliano e capo del partito Ra’am, interrogato in diretta televisiva sulla poligamia, pratica vietata dalla legge israeliana ma ancora diffusa in alcune aree del settore beduino. Alla domanda semplice e frontale del giornalista Razi Barcay, Abbas ha scelto di non scegliere, rifugiandosi in una risposta elusiva che ha lasciato aperte più questioni di quante ne abbia chiuse.
L’intervista, andata in onda su Channel 13 nel programma Ezor B’hira, ha mostrato un Abbas visibilmente a disagio, sorridente ma sulla difensiva, mentre cercava di spostare il discorso dal piano normativo a quello sociologico. La poligamia, ha detto, è un fenomeno sociale più che religioso, una tradizione che persiste indipendentemente dalla legge e che non dovrebbe essere affrontata attraverso interventi governativi diretti. Una risposta che evita accuratamente di dire se sia giusto o sbagliato, legale o illegittimo, lasciando sospesa la questione su un piano quasi neutro.
Il punto, però, è che la poligamia in Israele non è una zona grigia, ma una pratica formalmente vietata, che colpisce in modo sproporzionato le donne, spesso prive di tutele economiche, diritti successori e accesso pieno all’istruzione e al lavoro. Sostenere che il fenomeno si risolverà da solo con lo sviluppo economico del Negev e con maggiori opportunità per le donne significa rimandare sine die una presa di responsabilità politica, scaricando il peso del cambiamento su processi lenti e incerti.
Abbas ha insistito sul fatto che la priorità dovrebbe essere il riconoscimento delle località beduine, il loro sviluppo infrastrutturale e l’investimento nell’istruzione femminile, come se questi obiettivi, pur necessari, rendessero superflua una posizione chiara sul rispetto della legge. È una linea coerente con il suo approccio pragmatico, che lo aveva portato a sostenere, per la prima volta nella storia politica israeliana, una coalizione di governo guidata da Bennett e Lapid, puntando su risultati concreti per la comunità araba più che su battaglie simboliche.
Eppure, proprio questo pragmatismo mostra qui i suoi limiti. Evitare di condannare una pratica illegale per non alienarsi una parte dell’elettorato significa accettare una forma di doppia morale e insieme di doppia pratica, in cui la legge dello Stato vale in modo diverso a seconda del contesto culturale. Un messaggio che rischia di rafforzare l’idea che alcune comunità siano condannate a rimanere intrappolate in consuetudini che la politica osserva da lontano, senza il coraggio di intervenire.
La cautela di Abbas può essere letta come il riflesso di una posizione scomoda, stretta tra l’esigenza di rappresentare una società complessa e quella di partecipare a un sistema politico che chiede chiarezza. Ma il silenzio, in questo caso, non è neutrale. È una scelta che pesa soprattutto sulle donne beduine, chiamate ancora una volta ad attendere che il cambiamento arrivi da solo, mentre la legge resta sulla carta e la politica preferisce guardare altrove.
In definitiva, l’episodio non riguarda solo la poligamia, ma il ruolo stesso della leadership araba israeliana nel confrontarsi con temi sensibili che toccano diritti fondamentali. Quando un rappresentante eletto rinuncia a prendere posizione, lascia spazio a una domanda più ampia e scomoda: fino a che punto il rispetto delle tradizioni può giustificare l’assenza di una responsabilità politica chiara.
Palestinesi in Israele. Il silenzio che pesa più di una risposta

