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Pakistan tra doppio gioco e ambizione globale: il rischio di un alleato inaffidabile

Dalla guerra in Afghanistan a mediatore tra Stati Uniti e Iran, Islamabad cerca centralità internazionale

Costantino Pistilli

Tempo di Lettura: 5 min
Pakistan tra doppio gioco e ambizione globale

“Non ci ha dato altro che bugie e inganni”. Era il primo gennaio 2018, quando Donald Trump affidò a un tweet il suo duro giudizio sul Pakistan e i rapporti tra Washington e Islamabad sembravano al punto di rottura. Il presidente accusava Islamabad di ricevere miliardi di aiuti americani senza agire contro i talebani e altri gruppi che attaccavano le truppe statunitensi in Afghanistan, definendo il Pakistan un alleato ingannevole e lasciando intendere possibili ripercussioni economiche e politiche.

Islamabad ha sempre oscillato tra cooperazione formale con gli Stati Uniti e ambiguità strategica, cercando di preservare leve di influenza sul futuro assetto afghano in tutti i modi. Dopo essersi unito alle forze statunitensi e della NATO nella guerra globale al terrorismo post-2001, il sostegno pakistano e dei suoi servizi segreti ai talebani divenne sempre più occulto. Rapporti del Dipartimento di Stato, del Congressional Research Service e un documento NATO classificato trapelato nel 2012 indicano che l’Inter-Services Intelligence (ISI) ha assistito direttamente i talebani e offerto loro rifugio per i due decenni dell’intervento militare americano in Afghanistan.

Quando le truppe statunitensi si ritirarono nel 2021 e i talebani presero il potere, Islamabad accolse inizialmente con favore il nuovo governo di Kabul. L’ex primo ministro pakistano Imran Khan definì il ritorno dei talebani come il momento in cui gli afghani avevano “rotto le catene della schiavitù”. Negli anni Ottanta, il Pakistan, con il sostegno di Stati Uniti e Arabia Saudita, divenne fulcro della jihad anti-sovietica in Afghanistan e cooperò strettamente con i mujaheddin, incluso il gruppo che avrebbe formato i talebani. Negli anni Novanta, Afghanistan e Pakistan erano alleati; i servizi pakistani aiutarono la crescita dei talebani. Dopo il ritiro sovietico, l’Afghanistan affrontò una guerra civile che portò alla caduta del governo Najibullah nel 1992.

Tra il 1988 e il 1992, Islamabad tentò di trasformare la propria influenza militare in controllo politico, ma l’Alleanza del Nord — composta principalmente da tagiki, uzbeki e hazara, con una presenza marginale di pashtun anti-talebani.— resistette. L’11 settembre 2001 segnò un punto di svolta: sotto pressione americana, il Pakistan si allineò alla campagna USA in Afghanistan, ma la rottura con i talebani non fu mai totale. Tra il 2001 e il 2021, mentre Washington combatteva l’insurrezione, parti dell’establishment pakistano mantennero canali aperti con la leadership talebana.

La distanza tra Stati Uniti e Pakistan è rimasta anche sotto l’amministrazione Biden. Washington è preoccupata per il programma missilistico pakistano e considera ora l’India come principale partner regionale dopo il ritiro dall’Afghanistan nel 2021.

Dopo la rielezione di Trump, il Pakistan ha adottato una strategia diplomatica diretta, puntando sulla cooperazione economica e sui rapporti personali. Il legame tra Trump e il generale Munir è stato centrale, con frequenti incontri e dichiarazioni di stima. Nel frattempo, Sharif e Dar hanno rafforzato i contatti internazionali, riportando Islamabad al centro della scena diplomatica globale.

Il Pakistan ha agito da mediatore tra Stati Uniti e Iran sfruttando il suo ruolo centrale come rappresentante degli interessi iraniani negli USA. Attraverso contatti diretti con l’amministrazione Trump e la collaborazione con attori come la Cina, il paese si è imposto come potenza intermedia capace di dialogare con diversi blocchi internazionali. Facilitare i colloqui tra Washington e Teheran darebbe a Islamabad un importante riconoscimento internazionale.

Ma dietro l’ambizione diplomatica c’è anche una necessità concreta: la stabilità interna. Il Pakistan affronta tensioni aggravate dal conflitto lungo il fragile confine tra Pakistan e Iran nella regione del Balochistan. Gli scontri di gennaio 2024 hanno evidenziato la vulnerabilità della regione, complicata dalle divisioni settarie e dalla recente morte della Guida Suprema Ali Khamenei. Islamabad teme che una guerra prolungata tra Stati Uniti e Iran peggiori l’instabilità e i problemi energetici. Inoltre, il trattato di difesa con l’Arabia Saudita impone obblighi contrastanti, costringendo il Pakistan a mantenere un equilibrio delicato tra coinvolgimento e neutralità.

Sempre sul fronte interno, l’insurrezione in Balochistan, guidata in gran parte dal Balochistan Liberation Army, si è evoluta rapidamente: non più solo guerriglia tradizionale, ma un modello ibrido di attacchi coordinati, terrorismo suicida e strategia mediatica. L’uso crescente di attentatori suicidi, incluse donne, segna un cambio di paradigma, aumentando capacità di elusione e impatto simbolico. Gli attacchi tra il 30 e il 31 gennaio 2026 contro installazioni militari, banche, stazioni di polizia e una prigione mostrano un livello di coordinamento superiore rispetto al passato. I numeri restano controversi, ma il BLA ha condotto oltre 250 attacchi nel 2025, con più di mille vittime, in aumento rispetto all’anno precedente. Mentre il Pakistan cerca di rafforzare la propria posizione internazionale attraverso la diplomazia, deve affrontare pressioni interne crescenti. Tornare al centro del gioco globale è una leva per consolidare il controllo sul territorio e garantire la propria sopravvivenza in uno scenario instabile.

Affidarsi al Pakistan come pilastro di stabilità o mediatore regionale resta rischioso e spesso infruttuoso, tanto quanto lo fu affidarsi a Erdoğan per la pace in Ucraina. Islamabad cerca di bilanciare interessi contrastanti tra Stati Uniti, Cina, Arabia Saudita e Iran, mentre affronta fragilità interne, instabilità economica e pressioni settarie, senza dimenticare la rovente Linea Durand, lungo la quale Islamabad bombarda i terroristi del Tehrik-i-Taliban Pakistan, i talebani pakistani, per contenerne l’influenza. La sua politica estera è spesso guidata da opportunità contingenti più che da strategie coerenti a lungo termine, riducendone l’affidabilità strategica. Islamabad sostiene mosse che rafforzano la propria posizione regionale anche nella rivalità con l’India, ma senza un piano chiaro, dimostrando che tornare al centro del gioco globale è per il Pakistan più una leva per consolidare il controllo interno che un vero progetto di stabilità regionale.


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