Home > Il Punto > Il Punto. Pakistan, il potere che non si vede

Il Punto. Pakistan, il potere che non si vede

Tra esercito, instabilità politica e diplomazia ambigua, Islamabad resta un attore cruciale e irrisolto.

Rosa Davanzo

Tempo di Lettura: 4 min
Il Punto. Pakistan, il potere che non si vede

Il primo ministro pakistano Shehbaz Sharif ha appena ricevuto l’invito del presidente degli Stati Uniti Donald Trump a unirsi al Consiglio per la Pace di Gaza, mossa che aggiunge un’altra nazione ostile a Israele al comitato di vigilanza di Gaza. Vale allora la pena di gettare uno sguardo a questo Paese formalmente civile ma sostanzialmente governato da un equilibrio opaco in cui il potere reale resta saldamente nelle mani delle forze armate e dei servizi di sicurezza, mentre la politica elettiva oscilla tra fragilità cronica, repressione selettiva e continue mediazioni forzate.

In Pakistan le elezioni esistono, i partiti pure, ma il perimetro entro cui possono muoversi è definito altrove, e chi prova a forzarlo, come è accaduto a Imran Khan (l’ex campione di cricket diventato leader politico populare, primo ministro del Pakistan dal 2018 al 2022, poi estromesso e incarcerato dopo lo scontro con l’establishment militare), finisce rapidamente neutralizzato, delegittimato o dimenticato in galera, in un copione che Islamabad conosce da decenni e che continua a ripetersi con una certa implacabile coerenza.

Il Paese è stremato da una crisi economica profonda, aggravata da un’inflazione persistente, da una valuta debole e da una dipendenza strutturale dagli aiuti esterni, in particolare quelli del Fondo Monetario Internazionale, che arrivano puntualmente accompagnati da condizioni impopolari e socialmente esplosive. A questo si aggiunge una pressione demografica enorme, un sistema educativo diseguale, una disoccupazione giovanile crescente e un tessuto urbano che fatica a reggere l’impatto combinato di povertà e migrazioni interne. Sullo sfondo, il terrorismo islamista non è mai del tutto scomparso, soprattutto nelle regioni di confine con l’Afghanistan, dove gruppi armati continuano a muoversi in un’area grigia che lo Stato controlla solo a tratti.

In questo quadro, l’attore decisivo resta l’establishment militare, con il suo braccio informale ma potentissimo rappresentato dall’ISI, i servizi segreti, che da decenni influenzano politica interna, sicurezza regionale e scelte di politica estera. L’esercito pakistano non è soltanto una forza armata, ma un vero conglomerato economico e politico, con interessi diretti in settori chiave dell’economia e una capacità di intervento che rende qualsiasi governo civile strutturalmente subordinato.

Sul piano internazionale, il Pakistan continua a muoversi lungo una linea di equilibrio precario tra alleanze storiche e nuove dipendenze. Il rapporto con la Cina è diventato centrale, non solo per ragioni strategiche ma anche economiche, attraverso il corridoio sino-pakistano che lega infrastrutture, porti e investimenti a una visione comune di contenimento dell’influenza occidentale in Asia meridionale. Allo stesso tempo, i rapporti con gli Stati Uniti restano funzionali ma freddi, segnati da una cooperazione di sicurezza intermittente e da una diffidenza reciproca che non si è mai davvero dissolta dopo la guerra in Afghanistan.

La posizione del Pakistan nei confronti di Israele resta apertamente ostile. Islamabad non riconosce lo Stato ebraico e mantiene una linea ufficiale rigidamente allineata alla causa palestinese, anche per ragioni di politica interna, dove l’islam politico e l’opinione pubblica rendono qualsiasi apertura politicamente tossica. A differenza di altri paesi musulmani che hanno normalizzato i rapporti con Gerusalemme, il Pakistan continua a considerare il riconoscimento di Israele come una linea rossa, non solo simbolica ma identitaria, utile anche a consolidare consenso interno e a rafforzare il proprio ruolo nel mondo islamico.

Il risultato è un paese sospeso, strategicamente indispensabile ma strutturalmente instabile, troppo grande per fallire e troppo fragile per riformarsi davvero. Finché il nodo del potere militare non verrà sciolto e la politica civile resterà prigioniera di equilibri imposti dall’alto, il Pakistan continuerà a muoversi in questo spazio ambiguo, oscillando tra ambizioni regionali e crisi ricorrenti, con un peso geopolitico che supera di gran lunga la sua capacità di governo interno.


Pakistan, il potere che non si vede
Pakistan, il potere che non si vede