Israele? “Uno Stato cancerogeno concepito per sbarazzarsi degli ebrei europei”. Le parole non sono quelle di un qualunque propal invasato di periferia, ma del ministro della Difesa pakistano Khawaja Muhammad Asif ha scelto i social per attaccare frontalmente Israele con una sequenza di affermazioni che intrecciano accuse politiche, immagini violente e richiami a vecchie teorie complottiste, spingendosi fino a definire lo Stato ebraico “una maledizione per l’umanità”.
Il contesto in cui queste dichiarazioni arrivano rende il quadro ancora più delicato, perché Islamabad nelle stesse ore rivendica un ruolo di mediazione nei colloqui indiretti tra Stati Uniti e Iran, che nelle ultime settimane hanno prodotto una tregua temporanea e la riapertura di un negoziato su scala più ampia. Una posizione che richiede equilibrio e credibilità internazionale, e che invece rischia di incrinarsi sotto il peso di parole che richiamano un lessico storico ben riconoscibile, legato alla delegittimazione dell’esistenza stessa di Israele.
Asif, nel suo intervento, ha evocato scenari di violenza diffusa in Medio Oriente, parlando di civili colpiti in più teatri e inserendo Israele al centro di un quadro accusatorio che non distingue tra conflitti diversi, mentre accenna a un presunto disegno originario alla base della nascita dello Stato ebraico. È proprio questo passaggio ad aver suscitato le reazioni più dure da parte israeliana, perché riecheggia una costruzione ideologica che negli anni è stata utilizzata per alimentare forme di antisemitismo politico mascherato da critica geopolitica.
La risposta di Gerusalemme è arrivata rapidamente. L’ufficio del primo ministro Benjamin Netanyahu ha definito le dichiarazioni “oltraggiose” e incompatibili con il ruolo di un Paese che si propone come mediatore, sottolineando come un linguaggio di questo tipo finisca per minare ogni pretesa di neutralità. Sulla stessa linea il ministro degli Esteri Gideon Sa’ar, che ha parlato di calunnie antisemite intrise di odio razziale e ha richiamato il significato implicito di definire uno Stato come un “cancro”, espressione che nella storia recente è stata spesso utilizzata per legittimare richieste di eliminazione.
Il punto politico, però, va oltre lo scontro verbale immediato. Il Pakistan negli ultimi anni ha cercato di rafforzare il proprio profilo internazionale attraverso un attivismo diplomatico mirato, sfruttando le proprie relazioni con diversi attori regionali, dall’Iran ai Paesi del Golfo fino agli Stati Uniti. Il successo recente nella mediazione tra Washington e Teheran rappresenta, da questo punto di vista, uno dei risultati più rilevanti, perché offre a Islamabad una leva negoziale e un riconoscimento che mancavano da tempo.
Ed è proprio qui che si apre una contraddizione difficile da gestire. Un Paese che ambisce a giocare un ruolo di equilibrio si trova a fare i conti con una retorica interna che parla a un pubblico diverso, più sensibile a parole forti e a una visione conflittuale del Medio Oriente, e che finisce per entrare in collisione con le esigenze della diplomazia. La distanza tra questi due piani non è solo comunicativa, perché incide sulla percezione di affidabilità che gli altri attori internazionali attribuiscono a Islamabad.
In parallelo, le dichiarazioni di esponenti iraniani sulla volontà di colpire Israele, poi congelata anche grazie all’intervento pakistano, contribuiscono a rendere il quadro ancora più instabile, dove ogni parola pesa quanto una mossa sul terreno. In questo spazio stretto, fatto di tregue fragili e negoziati aperti, il linguaggio torna a essere un fattore strategico, non un dettaglio secondario.
La vicenda di queste ore mostra quanto rapidamente possa incrinarsi un equilibrio costruito con fatica, perché la diplomazia richiede coerenza e continuità, mentre dichiarazioni come quelle di Asif producono un effetto opposto, riportando al centro una dimensione ideologica che molti attori internazionali cercano, almeno formalmente, di contenere. In un Medio Oriente attraversato da conflitti sovrapposti, ogni parola contribuisce a definire il campo, e alcune parole, più di altre, lasciano segni che non si cancellano facilmente.
Pakistan contro Israele: “Stato cancerogeno creato per liberarsi degli ebrei europei”