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Oslo seppellisce Oslo

La capitale che nel 1993 ospitò la stretta di mano tra Rabin e Arafat oggi chiude gli occhi sulle violazioni palestinesi e continua a finanziare l’Autorità di Ramallah

Rosa Davanzo

Tempo di Lettura: 3 min
Oslo seppellisce Oslo

Se è vero che vi sono luoghi che diventano simboli loro malgrado Oslo è uno di questi, perché la città che trentatré anni fa fece da sfondo agli accordi tra Israele e la leadership palestinese si ritrova oggi a rappresentarne il tramonto, quasi che la geografia avesse deciso di prendersi gioco della storia. In questi giorni Mahmoud Abbas è stato accolto nella capitale norvegese dal primo ministro Jonas Gahr Støre e dai vertici di un governo laburista che affonda le proprie radici nella stagione politica che rese possibili gli accordi del 1993, e tuttavia nessuna parola significativa è stata spesa pubblicamente per ricordare che quegli impegni prevedevano obblighi precisi, tra cui il contrasto al terrorismo, la fine dell’incitamento all’odio e la cooperazione giudiziaria.

Eppure, nel corso degli anni, l’Autorità Palestinese non ha sciolto né disarmato le organizzazioni armate, non ha dato seguito alle richieste israeliane di estradizione di militanti coinvolti in attentati e ha continuato a erogare stipendi ai detenuti per terrorismo e alle famiglie di chi ha compiuto attacchi mortali, mentre nei media ufficiali, nei manuali scolastici e perfino nei campi estivi ha preso forma una retorica sistematica contro Israele e contro gli ebrei che gli accordi vietavano espressamente. In questo contesto si inserisce anche la pratica di intitolare istituzioni pubbliche a persone responsabili di stragi, una scelta che non appartiene al passato remoto ma continua a essere ribadita con ostinazione.

Il nome di Dalal Mughrabi campeggia ancora su scuole, strade e tornei sportivi nei territori amministrati dall’Autorità Palestinese, e la sua figura viene celebrata come esempio di eroismo. Mughrabi guidò nel 1978 il commando che assaltò un autobus sulla strada costiera tra Haifa e Tel Aviv, uccidendo trentasette civili, tra cui la fotografa americana Gail Rubin, nipote del senatore statunitense Abraham Ribicoff. Durante il processo a uno dei complici emerse la testimonianza di un sopravvissuto che raccontò come, quando il mezzo prese fuoco, Mughrabi afferrò un neonato e lo gettò su un sedile in fiamme. Non si tratta di dettagli marginali, ma di fatti documentati che rendono ancora più inquietante la decisione di legare a quel nome centri culturali e spazi dedicati alle donne.

Nel 2017 un governo conservatore norvegese sospese un finanziamento annuale a UN Women dopo che la sezione “Palestine” dell’agenzia aveva destinato fondi a un centro femminile dell’Autorità Palestinese intitolato proprio a Mughrabi. Con il ritorno al potere dei laburisti nel 2021, Oslo ha ripreso a sostenere progetti dell’agenzia nei territori palestinesi, annunciando nuovi stanziamenti senza chiarire se quella intitolazione fosse stata rimossa. Nel frattempo la Norvegia continua a versare centinaia di milioni di corone ogni anno all’Autorità di Ramallah, come se le violazioni ripetute degli accordi firmati nella stessa città non avessero alcun peso politico.

La visita di Abbas avrebbe potuto offrire l’occasione per richiamare la controparte al rispetto degli impegni sottoscritti, riaffermando che gli accordi non sono un cimelio da esibire nelle cerimonie ma un quadro giuridico vincolante. Invece il silenzio ufficiale ha finito per assumere un valore simbolico, perché quando chi ha contribuito a costruire un’intesa evita di difenderla, il messaggio che passa è che quell’intesa può essere svuotata senza conseguenze. Così Oslo, che un tempo fu il teatro di una promessa, rischia di restare nella memoria come il luogo in cui quella promessa è stata lasciata morire.


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