Le nomination agli Oscar del 2026 hanno acceso una luce potente, e inevitabilmente controversa, sulla guerra di Gaza e sulla crisi degli ostaggi, trasformando il cinema in un campo di battaglia simbolico dove estetica, politica e morale si intrecciano senza possibilità di separazione netta. Due film israeliani e un’opera tunisina sono entrati nella rosa dei candidati dell’Academy, imponendo una riflessione che va ben oltre il merito artistico e tocca il nervo scoperto del modo in cui Israele, il conflitto e la sofferenza vengono raccontati e consumati sulla scena globale.
Il primo titolo è Butcher’s Stain, corto di finzione realizzato da Meyer Levinson-Blount durante il suo percorso alla scuola di cinema dell’Università di Tel Aviv, che segue la vicenda di Samir, macellaio arabo accusato di aver rimosso i manifesti degli ostaggi israeliani rapiti da Hamas. Il film, premiato in ambito accademico e ora candidato come miglior cortometraggio live action, costruisce il suo racconto su un’ambiguità morale che riflette le tensioni interne della società israeliana, mettendo in scena sospetto, colpa e identità in una Tel Aviv attraversata dalla guerra anche quando le bombe non cadono.
Accanto a questo, nella categoria documentari brevi, compare Children No More: Were and Are Gone di Hilla Medalia, che racconta una veglia silenziosa iniziata a Tel Aviv nel marzo 2025, quando un piccolo gruppo di persone ha cominciato a esporre le fotografie dei bambini uccisi a Gaza. Nel corso delle settimane quella protesta muta è diventata un rituale collettivo, e il film ne registra la forza simbolica senza commento esplicito, affidando alle immagini e al silenzio il compito di evocare una tragedia che divide profondamente l’opinione pubblica israeliana.
Il terzo titolo è forse il più esplosivo sul piano politico. The Voice of Hind Rajab, docu-dramma della regista franco-tunisina Kaouther Ben Hania, è candidato come miglior film internazionale e ricostruisce la morte di Hind Rajab, bambina palestinese di cinque anni, uccisa a Gaza durante un tentativo di fuga con la famiglia. Il film utilizza audio reali della telefonata con la Mezzaluna Rossa palestinese, dando voce a una storia che Israele contesta nella sua ricostruzione dei fatti, ma che nel circuito dei festival ha raccolto un consenso vasto e militante, sostenuto anche da figure come Jonathan Glazer, già al centro di polemiche per le sue prese di posizione critiche verso Israele.
Il successo di queste opere arriva però in un momento in cui il governo israeliano guarda con crescente sospetto al proprio mondo culturale. Il ministro della Cultura Miki Zohar ha reagito alle nomination sostenendo che i film israeliani candidati “amplificano la propaganda dei nemici” e danneggiano l’immagine del Paese, rilanciando la necessità di una riforma del sistema di finanziamento pubblico al cinema che privilegi il consenso popolare interno piuttosto che il riconoscimento internazionale. Una linea che molti artisti e operatori culturali leggono come un tentativo di controllo ideologico, se non di censura indiretta, in un settore che storicamente in Israele ha svolto una funzione critica e spesso scomoda.
La questione, in fondo, non riguarda solo Israele ma il modo in cui l’industria culturale globale seleziona, premia e amplifica determinate storie, trasformando il dolore in un linguaggio universalmente spendibile e politicamente orientato. Che a emergere siano soprattutto opere che raccontano Israele come colpevole o moralmente ambigua non è un dettaglio neutro, così come non lo è la marginalizzazione di altri film, come “Holding Liat”, dedicato alla lotta per riportare a casa un’ostaggio israeliana, rimasto fuori dalle shortlist finali.
In questo scenario, gli Oscar diventano meno una celebrazione del cinema e più uno specchio delle fratture del nostro tempo, dove la sofferenza viene gerarchizzata, il contesto spesso evaporato e la complessità sacrificata in nome di una leggibilità immediata. Non si tratta tanto di una cospirazione, né di un complotto, ma di un meccanismo culturale che tende a premiare ciò che conferma aspettative già consolidate. Ed è forse proprio questo, più delle polemiche di un ministro o delle dichiarazioni infuocate sui social, a raccontare dove siamo arrivati. E dove siamo arrivati, no buono. Né per la cultura, né per il cinema né per noi.
Oscar, Gaza e il corto circuito della cultura
Oscar, Gaza e il corto circuito della cultura

