La gara di slittino alle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina avrebbe dovuto parlare di traiettorie, di millesimi di secondo e di quella miscela di sangue freddo e incoscienza che serve per lanciarsi a tutta velocità su una pista ghiacciata. Invece, per qualche minuto, il centro della scena è diventato Adam Edelman, atleta israeliano, trasformato in bersaglio politico durante una diretta della televisione pubblica svizzera RTS. Il telecronista Stephane René ha scelto di presentarlo al pubblico non soltanto come esordiente olimpico, ma come “sionista” e “sostenitore del genocidio a Gaza”, citando post social nei quali l’atleta avrebbe difeso l’operato dell’esercito israeliano definendolo “il più morale del mondo” e la guerra “moralmente la più giusta della storia”.
Le parole, pronunciate nel pieno di una competizione sportiva, hanno fatto il giro del mondo nel giro di poche ore, amplificate da agenzie e social network, e hanno spinto la stessa RTS a rimuovere dal proprio sito lo spezzone incriminato. In una nota diffusa a Reuters, l’emittente ha spiegato che l’intenzione era quella di sollevare una questione relativa alla politica del Comitato Olimpico Internazionale e alle dichiarazioni pubbliche dell’atleta, ma ha riconosciuto che la lunghezza e il contesto dell’intervento potevano risultare inappropriati in una trasmissione sportiva. Le informazioni, ha sostenuto la rete, erano fattuali; tuttavia, proprio per il modo e il luogo in cui sono state presentate, si è deciso di cancellare il segmento e di non consentire ulteriori commenti di quel tipo durante le gare.
Il Comitato Olimpico Internazionale ha precisato che i contenuti editoriali delle trasmissioni restano di competenza esclusiva delle emittenti, evitando di entrare nel merito delle accuse. Una risposta che conferma quanto sia scivoloso il terreno su cui si muovono oggi i grandi eventi globali, dove la linea tra cronaca sportiva e conflitto geopolitico tende a farsi sempre più sottile.
Edelman, dal canto suo, ha replicato con toni misurati ma fermi. In un messaggio pubblicato su X ha ricordato che la delegazione israeliana è composta da sei atleti “orgogliosi” arrivati ai Giochi senza allenatore e senza grandi strutture alle spalle, mossi soltanto da un sogno e da un senso di appartenenza che, nelle sue parole, non può essere liquidato con un’accusa lanciata in diretta. Il Comitato Olimpico Israeliano ha parlato di dichiarazioni unilaterali e provocatorie che non trovano posto in una cornice olimpica, annunciando l’intenzione di chiedere scuse formali e di attivarsi affinché episodi simili non si ripetano.
Il punto, al di là del singolo caso, riguarda il ruolo dei media in un contesto già carico di tensioni. Sostenere che “le informazioni erano fattuali” non basta a sciogliere il nodo, perché la scelta di quando e come inserirle modifica inevitabilmente il senso del racconto. In una gara olimpica, l’atleta diventa simbolo della propria disciplina prima ancora che del proprio Paese, e trasformarlo in imputato di un processo politico rischia di alterare non solo il clima della competizione, ma la percezione stessa dell’evento.
La decisione di RTS di rimuovere il segmento segnala la consapevolezza di aver commesso un errore grossolano. Resta però la domanda più ampia, che non riguarda soltanto Israele né la Svizzera: fino a che punto l’informazione può, o deve, trasportare nel cuore dello sport le controversie internazionali? Le Olimpiadi nascono come spazio di confronto tra nazioni che, almeno per qualche giorno, sospendono il conflitto. Quando quel fragile equilibrio si incrina, non è solo un atleta a pagarne il prezzo, ma l’idea stessa che la pista, il campo o la pedana possano ancora rappresentare un terreno neutrale.
Olimpiadi invernali e Israele. Quando la pista diventa tribunale

