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NYC, effetto Mamdani. Brooklin, i droni e la linea rossa

L’azienda che collabora con l’IDF sfrattata dal Navy Yard ma il sindaco nega pressioni mentre il CEO parla di decisione calata dall’alto

Shira Navon

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A New York la politica municipale si intreccia con la guerra in Medio Oriente più di quanto l’establishment cittadino sia disposto ad ammettere. Poche settimane dopo l’ingresso di Zohran Mamdani a City Hall, Easy Aerial, società tecnologica con base anche a Tel Aviv e contratti con le forze armate americane oltre che con l’IDF, ha ricevuto l’ordine di lasciare entro sessanta giorni gli spazi occupati al Brooklyn Navy Yard, il grande complesso industriale sul lungomare che ospita centinaia di aziende private. La motivazione ufficiale parla di ragioni commerciali e di mancato rispetto di regolamenti interni, tuttavia il presidente e amministratore delegato Shahar Abuhatsira respinge questa versione e sostiene che la decisione sia frutto di pressioni politiche provenienti dall’ufficio del sindaco.

La vicenda non nasce oggi. Da quando l’azienda si è insediata nel Navy Yard, circa sei anni fa, gruppi filo-palestinesi hanno organizzato presidi regolari chiedendo la rescissione dei contratti con le imprese che collaborano con Israele. Dopo il 7 ottobre le manifestazioni si sono fatte più aggressive, con blocchi agli ingressi, interruzioni di riunioni del consiglio di amministrazione e atti vandalici che hanno costretto la direzione del complesso a rafforzare la sicurezza. Secondo Abuhatsira, fino a tempi recenti la gestione aveva garantito copertura e protezione; poi, improvvisamente, il tono sarebbe cambiato e la comunicazione di non rinnovo sarebbe arrivata a ridosso della scadenza del contratto, rendendo quasi impossibile una ricollocazione in città per un’azienda che impiega circa cento persone e necessita di aree di volo dedicate.

Easy Aerial produce un sistema definito “drone in a box”, una piattaforma autonoma con stazione di ricarica a terra capace di decollare e atterrare senza operatore sul campo, utilizzata per la sorveglianza di confini e grandi eventi, compresa la sicurezza del Super Bowl e operazioni lungo la frontiera messicana. La quota di vendite all’IDF rappresenta solo una parte del fatturato, mentre il nucleo degli affari riguarda il Corpo dei Marines e clienti in una ventina di Paesi. Ciò non ha impedito che l’azienda diventasse un simbolo per gli attivisti, i quali denunciano l’uso di terreni pubblici a favore di chi, a loro giudizio, contribuisce alla guerra a Gaza.

Il consigliere comunale del distretto, Lincoln Restler, ha dichiarato che la proprietà pubblica non dovrebbe affittare spazi a imprese i cui prodotti vengono trasformati in strumenti bellici, mentre esponenti repubblicani come la deputata Alice Stefanik hanno parlato di decisione inquietante e di discriminazione mascherata da burocrazia. Il management del Navy Yard insiste nel negare qualsiasi collegamento con Israele e ribadisce che la scelta è legata a criteri contrattuali. Abuhatsira, al contrario, afferma di aver ricevuto in colloqui informali l’indicazione che la presenza dell’azienda fosse diventata un problema politico e che l’ordine fosse arrivato “al cento per cento dall’alto”.

Il Brooklyn Navy Yard, ex cantiere navale della Marina statunitense trasformato in polo industriale urbano, è gestito da un ente no-profit per conto della città e rappresenta un laboratorio di sviluppo economico che impiega oltre undicimila lavoratori. Proprio per questo la decisione assume un peso che va oltre il singolo contratto, perché tocca il rapporto fra attivismo politico e libertà d’impresa in una metropoli che si è sempre presentata come capitale globale dell’innovazione.

Nel frattempo l’azienda valuta azioni legali e riceve offerte di supporto da altre giurisdizioni, pur dichiarando di voler restare a New York. Attorno a Mamdani, i critici parlano di un “effetto domino” che colpisce entità con legami israeliani, citando anche il tentativo del Comune di bloccare la vendita di migliaia di appartamenti a un gruppo controllato da un imprenditore israeliano, poi respinto dai tribunali. L’ufficio del sindaco non ha fornito chiarimenti ulteriori, lasciando la sensazione che la questione non riguardi soltanto un affitto, bensì il confine sottile fra gestione amministrativa e scelte dettate dal clima politico di un’America sempre più polarizzata.


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