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Nowruz 2026: il Capodanno persiano tra guerra e speranza

Il nuovo anno persiano diventa un gesto di identità e resistenza in tempo di guerra

Alessandro Carmi

Tempo di Lettura: 4 min
Nowruz 2026: il Capodanno persiano tra guerra e speranza

Cadono le bombe ma non muore la speranza. Il nuovo anno persiano ricorre mentre i messaggi tra gli iraniani della diaspora e quelli che sono ancora nel Paese d’origine restano senza risposta, sospesi in una chat che potrebbe costare la vita. In questo scarto tra rito e paura si muove il Nowruz del 2026, celebrato dagli iraniani in Israele come un atto silenzioso ma pieno di significato, in cui la festa si intreccia alla guerra e alla speranza che qualcosa, finalmente, cambi.

Nelle case di Pisgat Zeev, a Gerusalemme, la tradizione resiste con un’ostinazione che commuove. Sul tavolo Haft-sin compaiono i simboli di sempre, germogli di grano, mele, aceto, aglio, sommacco, accanto a specchi, candele e poesie di Hafez, ma il contesto è radicalmente diverso rispetto agli anni passati, perché la musica è stata spenta e le celebrazioni ridotte all’essenziale. La scelta non nasce da una semplice prudenza, piuttosto riflette una tensione profonda, alimentata dalla guerra in corso e dal ricordo ancora vivo del massacro del 7 ottobre, che ha ridefinito il modo in cui molte comunità vivono anche le proprie festività.

Il Nowruz, che coincide con l’equinozio di primavera e si estende per tredici giorni, è sempre stato un momento di rinascita, e proprio per questo oggi assume un valore politico implicito, quasi inevitabile. Chi ha radici iraniane, anche se vive in Israele da decenni, guarda a ciò che accade oltre confine con una partecipazione che non si è mai spenta, alimentata da contatti fragili, da conversazioni interrotte, da silenzi che pesano più delle parole. Il semplice fatto di inviare un messaggio e poi cancellarlo per non lasciare tracce diventa il segno di una relazione che continua sotto pressione, dentro un sistema di controllo che rende ogni gesto potenzialmente rischioso.

Nel frattempo, i numeri che arrivano dall’Iran raccontano una repressione di dimensioni enormi. Le cifre ufficiali parlano di poco più di tremila morti durante le proteste tra dicembre e gennaio, mentre altre stime indicano un bilancio che supera di gran lunga le decine di migliaia, con un numero ancora più alto di feriti. In questo scenario si inserisce l’escalation militare avviata il 28 febbraio, quando gli Stati Uniti, con il sostegno di Israele, hanno iniziato a colpire obiettivi del regime, trasformando la crisi in una guerra aperta che ha effetti immediati anche sul piano simbolico e culturale.

Per molti israeliani di origine iraniana il dolore ha una doppia direzione. Da una parte c’è l’esperienza diretta della violenza subita in Israele dai bombardamenti degli ayatollah, dall’altra la consapevolezza che in Iran migliaia di persone sono uscite in strada senza fare ritorno. Questa sovrapposizione crea una percezione particolare della resistenza, che passa anche attraverso gesti quotidiani apparentemente marginali. Cucinare un piatto tradizionale, preparare un riso tahdig o una zuppa gondi, diventa un modo per mantenere un legame vivo, per affermare una continuità che la politica e la guerra cercano di spezzare.

Il regime iraniano, che nel tempo ha provato a ridimensionare o svuotare di significato il Nowruz, si trova oggi di fronte a una realtà che gli sfugge. La festa continua a essere celebrata nelle strade e nei mercati, anche sotto il controllo delle forze di sicurezza, e proprio questa persistenza viene letta da molti come un segnale di resistenza culturale. Non è un caso che, tra chi mantiene contatti con l’Iran, circoli una convinzione sempre più diffusa secondo cui la fase attuale, per quanto drammatica, potrebbe aprire la strada a un cambiamento radicale, una sorta di passaggio verso un “nuovo giorno” che restituisca al paese una direzione diversa.

Questa aspettativa si lega anche alla figura di Reza Pahlavi, il figlio dell’ultimo scià, visto da alcuni come un possibile punto di riferimento per una transizione futura. Intanto, nelle comunità della diaspora, dagli Stati Uniti a Israele, il Nowruz perde il carattere festoso e assume un tono più raccolto, quasi intimo, in cui l’elemento centrale diventa la vicinanza tra le persone. Invitare amici a casa, condividere un tè preparato con il samovar, servire dolci come il toot, piccole forme di marzapane modellate a mano, acquista il valore di un gesto consapevole, una scelta che tiene insieme identità e resistenza.

Dentro questo scenario, il Nowruz del 2026 appare come qualcosa di più di una ricorrenza. Diventa uno spazio in cui si incrociano memoria, politica e vita quotidiana, un punto di osservazione privilegiato per capire come una comunità attraversa una fase storica estremamente instabile senza perdere il proprio centro. La speranza che “la luce prevalga sull’oscurità” non è una formula rituale, ma un orizzonte concreto, alimentato da chi, anche a distanza, continua a credere che il cambiamento sia possibile e che il nuovo anno possa davvero segnare un inizio diverso.


Nowruz 2026: il Capodanno persiano tra guerra e speranza