Quando ero piccolo pensavo che l’antisemitismo fosse una forma di razzismo, il razzismo contro gli ebrei. Forse non lo pensavo veramente, volevo solo pensarlo. D’altronde mio nonno me lo diceva spesso, lui che, ebreo e staffetta partigiana a quindici anni, era stato arrestato a Torino nel dicembre 1944. Una settimana prima era partito l’ultimo treno dall’Italia per Auschwitz, e così, grazie a quei pochi giorni, si era salvato, passando quasi cinque mesi nelle galere della repubblica sociale, da cui era uscito a fine aprile 1945 con le ossa di fuori e lo scorbuto. Era quindi, il suo, un parere autorevole, lui doveva saperlo perché l’aveva vissuto letteralmente sulla propria pelle. Anche lui però forse in fondo non lo pensava davvero. Forse voleva convincersene, perché anche quando si è oggetto dell’odio altrui è naturale cercare compagnia e, quando la si trova, ci si sente un po’ meno soli. È capitato a noi, poteva capitare a chiunque. E invece no.
Gli ebrei non hanno niente di speciale. Non sono diversi dai non ebrei, non possiedono caratteristiche innate che li rendano predestinati alla persecuzione. Se sono ebrei, cioè un gruppo che pur nella diversità condivide caratteristiche significative, è anzi in gran parte per via dell’esclusione di cui sono stati spesso vittime nella storia. In questo senso è vero che “poteva capitare a chiunque”. Ma gli ebrei con l’antiebraismo (o se si preferisce, più impropriamente, antisemitismo) c’entrano a ben vedere molto poco, se non naturalmente perché ne sono le vittime.
La visione antiebraica, quella sì, è qualcosa di molto specifico. Come ha mostrato tra gli altri David Nirenberg in Antigiudaismo. La tradizione occidentale, l’ostilità verso gli ebrei non è solo odio verso un gruppo umano: è una categoria interpretativa della civiltà occidentale, una lente simbolica attraverso cui leggere il male del mondo. Gli “ebrei” diventano il nome di ciò che si vuole rifiutare: la legge contro la grazia, il denaro contro la purezza, la modernità contro la tradizione o viceversa. Non una collettività reale, ma una funzione immaginaria. Tra gli ebrei in carne e ossa e gli ebrei immaginari costruiti nella mente dell’antisemita non esiste pressoché rapporto.
Anche Hannah Arendt, nelle Origini del totalitarismo, assegna all’antisemitismo un posto particolare e decisivo nella genealogia del totalitarismo. Anziché ridurlo a una variante del razzismo, lo descrive come un’ideologia capace di trasformare un pregiudizio antico in una visione politica totale, in cui gli ebrei incarnano una minaccia universale e astratta. Non semplici “altri”, ma principio esplicativo del disordine del mondo.
Qui sta il primo elemento, ideologico, che distingue nettamente l’odio antiebraico dal razzismo. L’antisemita vede nell’ebreo il principio del male: impurità, barbarie e superstizione, assassinio di Dio, complotto mondiale, poteri occulti, diffusione di ideologie mortifere – che, a seconda dei punti di vista, si chiamano modernità, progresso, democrazia, capitalismo, globalizzazione, cristianesimo, monoteismo, etica, giustizia, libertà, socialismo, bolscevismo, militarismo, pacifismo, diritti e sì, anche suprematismo e razzismo. L’ebreo diventa la figura che tiene insieme contraddizioni incompatibili: può farlo perché non è reale, è un fantasma, un oggetto della mente a cui, come la chimera o l’idra, non corrisponde un oggetto esterno.
Il secondo elemento che distintivo è storico. L’antiebraismo si è tradotto più volte nella storia in progetti di annientamento. Le stragi delle crociate o del tempo della peste nera (che hanno annientato totalmente numerose comunità, specie in Germania), la propaganda quattrocentesca degli ordini mendicanti (specie francescani), l’annientamento della presenza ebraica nella penisola iberica nella prima età moderna, la Shoah e la politica dei regimi arabi dopo la fondazione dello Stato di Israele hanno in comune molto più di quanto non si pensì, e cioè il proposito dei fautori: annientare ebrei ed ebraismo, naturalmente nella misura del possibile date le condizioni. Solo nel caso nazista è stato possibile realizzare uno sterminio sistematico su base industriale, ma non significa che altri non ci abbiano provato, riuscendoci solo in parte vuoi per mancanza di mezzi (per esempio nel medioevo), vuoi perché sconfitti ripetutamente sul piano militare (i paesi arabi prima e i terroristi palestinesi e libanesi poi).
Nulla di analogo ha caratterizzato il razzismo in quanto tale, per quanto anch’esso abbia lasciato e lasci tuttora dietro di sé una lunga scia di rovine. Chi trafficava in esseri umani tra Africa e America non voleva l’annientamento degli africani, ma il profitto tramite il loro sfruttamento. Nel Sudafrica dell’apartheid la logica era la paura della contaminazione, la separazione e il dominio, non lo sterminio. L’odio antiebraico, invece, tende a immaginare la soluzione finale come eliminazione del problema alla radice: eliminare gli ebrei.
Ridurre l’odio antiebraico a una forma particolare di razzismo significa perciò smarrirne la specificità e, di conseguenza, non comprenderlo davvero. E ciò che non si comprende, va da sé, non si affronta. Questa riduzione è diffusa e rassicurante, perché inserisce l’antiebraismo in una categoria generale nota, lo rende comparabile, lo normalizza e di fatto ne riduce la portata. In vari ambienti, ma oggi in modo sistematico a sinistra, ricondurre l’odio antiebraico al razzismo è anche un modo per darsi una patente di legittimità, per credersi puri nello stesso istante in cui si strilla l’osceno mantra del “genocidio” e si offrono palcoscenici e lustro ai più espliciti fautori dell’odio antiebraico, i corifei dell’“intifada globale” per i quali gli ebrei (o lo Stato ebraico) sono il “nemico comune dell’umanità” – dalla Flottilla alla Albanese all’Iran degli ayatollah. È un modo, anzi il modo, per dire di fatto che l’antiebraismo non è un problema specifico, e quindi non va affrontato. Che non merita neppure una legge, che infatti oggi è ostacolata in Italia dall’opposizione.
Insomma, mio nonno si sbagliava e sapeva di sbagliarsi. Un po’ come il poeta medievale Yehuda Halevi che nel Libro dei Khàzari immagina la conversione di un intero regno all’ebraismo: è una leggenda potente che fa sentire meno soli, ma pur sempre una leggenda. Gli ebrei non sono speciali; speciale e persistente è l’idea che li trasforma in simbolo universale del male. Questo però ha poco a che fare con il pregiudizio etnico, o razzismo. È un’altra cosa. Chiamarla con il suo nome è il primo passo da fare se la si vuole affrontare.
No, l’antisemitismo non è razzismo