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Nicolás Maduro, il carceriere che governava sulle rovine

Cronaca di un potere senza visione, finito in cattività dopo aver trasformato lo Stato in prigione.

Shira Navon

Tempo di Lettura: 3 min
Nicolás Maduro, il carceriere che governava sulle rovine

Nicolás Maduro Moros non ha mai avuto carisma né un progetto. Ha governato per inerzia, occupato spazi lasciati vuoti che poi sigillava con la paura. Non gli è mai interessato costruire consenso quanto invece amministrarlo come una risorsa scarsa, da dosare attraverso il controllo. Il chavismo, sotto di lui, non è stato più un’ideologia ma una tecnica di sopravvivenza del potere, priva di slancio e di futuro. Insomma un mediocre che però ha fatto della sua debolezza un’arma che è durata fino a che è durata. Sempre troppo, per il popolo venzuelano.

Nicolás Maduro è arrivato alla presidenza come un successore designato, fragile e consapevole della propria debolezza. Ogni istituzione gli è sempre apparsa come una minaccia potenziale e ogni elezione come un rischio da neutralizzare. Gli oppositori? Un problema da ridurre al silenzio. Anche in questo secondo la secolare tradizione delle dittature sudamericane. Se il Paese dava qualche sia pur labile segnale di mobilità, lui interveniva rapido a bloccarlo. Se la società cambiava, lui la cementava.

Il Venezuela, sotto Maduro, ha smesso di essere uno Stato per diventare un dispositivo. L’economia al collasso, l’inflazione divorante, i servizi pubblici spenti, e milioni di persone scappate per salvarsi, per sfarmarsi, per avere un minimo di futuro. Ma il regime è rimasto in piedi reggendosi su apparati di sicurezza ipertrofici, sulle fedeltà comprate con privilegi e immunità, e sul narcotraffico che ha trasformato l’isolamento internazionale in una rendita politica.

Maduro ha sempre scelto di parlare il linguaggio della vittima attribuendo ogni fallimento a nemici esterni, sanzioni, complotti. Intanto, ha svuotato il Parlamento, ha piegato la magistratura ai suoi voleri e ha massacrato i media indipendenti. Le forze armate non erano più un’istituzione nazionale: diventavano una colonna portante del regime, integrate nel sistema economico e legate al potere da un patto di reciproca protezione.

Maduro non ha governato con l’eccesso, ma con la mediocrità autoritaria. Si è sempre guardato dal promettere utopie e dal tentare di sedurre le masse. Ha invece amministrato il declino con freddezza, contando sulla stanchezza di una popolazione esausta. La paura è sempre stata la sua moneta. Paura che ha distribuito con arresti mirati, intimidazioni, esili forzati per impedire che il dissenso si organizzasse. Il suo motto l’ha preso in prestito da quel campione di crudeltà che si chamava Mao Zedong: colpiscine uno per punirne cento.

L’isolamento del Venezuela non è mai stato una conseguenza, quanto una scelta. Maduro si appoggiava ad alleanze di necessità e non certo di visione politica. Paesi come Cuba, Iran e Russia gli hanno garantito coperture e scambi che lui ha ricambiato con opacità e lealtà diplomatica. Il Paese si chiudeva, mentre il potere si blindava. La rivoluzione bolivariana sopravviveva come simulacro, utile solo a legittimare l’inerzia autoritaria.

Poi, il sistema che aveva costruito si è incrinato. Catturato e portato negli Stati Uniti, Maduro è stato sottratto a quel controllo ossessivo che aveva esercitato sugli altri. La fine non ha nulla di epico ma la constatazione nuda di un potere che, privato delle sue leve, si dissolve.

Maduro non ha tradito il chavismo, semmai ne ha rappresentato l’esito finale e ineluttabile. Quando l’ideologia serviva solo a coprire la repressione e il potere smetteva di rendere conto a chiunque, il risultato era inevitabile. Un uomo senza visione ha governato un Paese senza orizzonte. E quando è stato portato via, ha lasciato dietro di sé solo le rovine che ha prodotto e poi amministrato.


Nicolás Maduro, il carceriere che governava sulle rovine
Nicolás Maduro, il carceriere che governava sulle rovine