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Molinari su Israele: “In Medio Oirente la crisi finirà, ma da noi l’antisemitismo rimane”

Aldo Torchiaro

Tempo di Lettura: 4 min
Molinari su Israele: “In Medio Oirente la crisi finirà, ma da noi l’antisemitismo rimane”

Il quotidiano Il Riformista del 30 luglio ha pubblicato un’intervista a Maurizio Molinari, giornalista, saggista ed editorialista di Repubblica – che ha diretto, dopo La Stampa – reduce da un viaggio di due settimane in Israele. Un dialogo intenso, nel quale Molinari ha raccontato il contesto che si respira quasi due anni dopo il 7 ottobre 2023. Qui riportiamo, in forma di resoconto giornalistico con ampie citazioni testuali, i contenuti dell’incontro.

Molinari ha trascorso due settimane tra il Golan, Tel Aviv e Gerusalemme, cercando di cogliere le fratture e le nuove realtà di un Paese ancora sconvolto. «Quanto ho visto a Magdal Shams e a Tel Aviv. Magdal Shams è il villaggio druso sul Golan dove gli Hezbollah uccisero con un razzo 12 bambini. È attraversato dal confine Israele-Siria. Oggi su entrambi i lati vi sono soldati israeliani e civili drusi. Bandiere israeliane e druse sventolano assieme. E i drusi sul lato siriano, che avevano abbandonato le case durante la guerra civile, ora sono tornati perché si sentono sicuri. È l’immagine di un Medio Oriente dove Israele protegge anche chi non è ebreo».

Il racconto si sofferma sulla percezione di sicurezza e sul ruolo, spesso dimenticato, delle comunità non ebraiche in Israele. Per Molinari questo dato «testimonia la capacità di Israele di rappresentare un punto di riferimento per chiunque cerchi stabilità nella regione».

Alla domanda su cosa colpisca maggiormente della fase attuale, Molinari risponde con un’osservazione drammatica: «Ho trovato un Paese che non ha ancora assorbito lo shock del 7 ottobre. Non è solo un trauma: è una ferita identitaria, che ha cambiato la percezione di sicurezza degli israeliani».

Nelle sue parole emerge una sensazione di precarietà permanente. «Tel Aviv, che era la città della vita notturna e della spensieratezza, oggi è attraversata da un senso di allerta continua. È una società che deve fare i conti con la vulnerabilità».
Il nodo centrale rimane Gaza. Molinari non si limita a un’analisi geopolitica, ma entra nel cuore del dibattito pubblico: «La questione non è solo militare. È una guerra delle percezioni. Hamas vuole dimostrare che Israele non è invincibile. Israele vuole ribadire che la sua esistenza non è negoziabile».

È un conflitto di narrazioni, oltre che di eserciti. «Quando parli con gli israeliani ti dicono che il 7 ottobre è stato il loro 9/11. Non c’è famiglia che non sia stata colpita direttamente o indirettamente. Ma c’è anche una capacità di resilienza che colpisce: la società si riorganizza, reagisce, non si lascia piegare».

Nell’intervista Molinari affronta anche il tema delle leadership palestinesi: «Abu Mazen è ormai marginale, prigioniero della sua stessa impotenza politica. Hamas invece ha dimostrato una capacità di organizzazione militare che ha sorpreso tutti, ma al prezzo di trascinare Gaza in una catastrofe umanitaria».

La mancanza di una controparte credibile resta, per Molinari, il principale ostacolo a una soluzione: «Israele non trova un interlocutore con cui trattare. E questo rende ogni prospettiva di pace più distante».

Un passaggio forte riguarda lo sguardo esterno. Molinari osserva come in Europa e negli Stati Uniti ci sia «una tendenza a giudicare Israele senza contestualizzare, come se la storia iniziasse il giorno dopo. Si parla delle vittime a Gaza, ma si dimentica cosa sia accaduto il 7 ottobre, il massacro di civili, il sequestro degli ostaggi».

Una rimozione che, secondo lui, altera il dibattito pubblico: «Se si perde di vista la causa scatenante, si finisce per raccontare un conflitto monco, dove Israele appare solo come aggressore. È una narrazione parziale, e dunque ingiusta».
L’intervista si chiude con una riflessione sulla tenuta democratica dello Stato ebraico: «Israele è una democrazia che sta vivendo la sua sfida più difficile. Deve difendersi da minacce esterne senza smarrire i propri valori interni. È un equilibrio fragile, ma vitale».

Il resoconto lascia l’immagine di un Paese ferito ma non piegato, costretto a ridefinire i propri confini di sicurezza e identità, mentre il mondo lo osserva con occhi spesso prevenuti. Se la crisi in Medio Oriente arriverà a un punto di svolta nel breve termine (anche se non brevissimo), l’ondata di antisemitismo che ha travolto l’Europa e l’Italia rischia di rimanere, stagnante, ancora molti anni.


Molinari su Israele: “In Medio Oirente la crisi finirà, ma da noi l’antisemitismo rimane”
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