Molta stampa occidentale sembra concentrata soprattutto sulla critica a Trump, che avrebbe impostato una gigantesca operazione militare contro l’Iran senza avere chiari gli obiettivi da raggiungere, creando così la terribile crisi dello stretto di Hormuz da cui potrebbe essere difficile uscire. In questo contesto si leggono commenti e giudizi volti più a sottolineare la capacità di resistenza del regime iraniano piuttosto che gli indubbi successi militari degli USA e di Israele, compresa l’incredibile operazione di recupero del pilota in territorio nemico. Spesso non vi è alcuna capacità o interesse ad un’analisi geopolitica più profonda, e non si coglie la gigantesca trasformazione in atto degli equilibri del Medio Oriente, anche come conseguenza di questa guerra.
Tale trasformazione è iniziata con gli accordi di Abramo del 2020, siglati da Israele con Emirati Arabi Uniti, Bahrein e Marocco durante il primo mandato di Trump. Tali accordi avrebbero dovuto essere estesi anche all’Arabia Saudita di Mohammed bin Salman. L’azione di Hamas del 7 ottobre 2023, appoggiata dall’Iran, aveva come obiettivo quello di interrompere questa traiettoria cercando di ristabilire un’egemonia regionale di Teheran.
La normalizzazione dei rapporti di Israele con gli altri Stati della regione e l’avvicinamento tra Tel Aviv e Riad è la chiave di volta per cambiare l’assetto strategico, economico e militare del Medio Oriente e riportare la pace in quell’area ponendo fine a quasi ottant’anni di guerre arabo-israeliane.
Questa normalizzazione, volta a riportare equilibrio nel Golfo e in tutto il Medio Oriente, impone il ridimensionamento della potenza dell’Iran obbligandolo con ogni mezzo a rinunciare al suo programma nucleare, e ciò perché l’Iran è stato ed è il maggior fattore di pericolo e instabilità non solo per la sua forza missilistica e per il suo programma nucleare ma anche per i legami coltivati con più organizzazioni terroristiche.
Da quasi cinquant’anni gli ayatollah seminano morte e terrore per cancellare Israele e colpire gli USA. Ma purtroppo spesso l’ipocrisia dominante in Europa e in Occidente ribalta la realtà. Vengono criminalizzati Trump e Netanyahu ma si assolvono i veri registi del caos globale che hanno sterminato senza pietà decine di migliaia di giovani iraniani oppositori del regime. Solo il cancelliere tedesco Merz ha avuto il coraggio di dire, coperto da contumelie, che Israele e gli USA stanno facendo il lavoro sporco anche per noi.
Ebbene, nonostante questa ipocrisia e la non volontà o l’incapacità di leggere ciò che effettivamente è in atto nel Golfo, il cambiamento sta avvenendo e in maniera radicale. L’Iran, senza motivo, ha lanciato missili e droni su tutti i Paesi dell’area: Emirati, Qatar, Kuwait, Bahrein, Arabia Saudita e Oman, inducendo reazioni molto forti, fino ad un ventilato ingresso in guerra di questi Stati a fianco di Israele e USA. Ma i segnali più forti di svolta vengono dalla strategia economica e delle infrastrutture che i Paesi del Golfo, duramente colpiti dalla chiusura dello stretto di Hormuz, stanno pianificando.
Questi Stati puntano a creare una nuova rete di oleodotti, gasdotti, strade e ferrovie per smettere di dipendere dallo stretto di Hormuz. Una delle principali opzioni è la costruzione di un oleodotto che punterebbe a nord-ovest fino al porto di Haifa nello Stato di Israele, creando una rotta commerciale che colleghi la penisola arabica al Mediterraneo.
Come è stato recentemente osservato, quindi, l’estremismo iraniano ha paradossalmente buttato i Paesi del Golfo tra le braccia di Israele.Creare una serie di infrastrutture capaci di mettere tutta l’economia dell’area in una situazione meno dipendente non solo dallo stretto di Hormuz ma anche dai passaggi nel Mar Rosso dallo stretto di Bab el Mandeb e da Suez, passaggi ostacolati dalla presenza degli Houthi (una delle forze proxy iraniane) in Yemen, consentirebbe di dare corpo all’idea di un network di infrastrutture lungo un corridoio di scambi e sviluppo da Mumbai ad Haifa fino all’Europa Occidentale passando per la penisola arabica. Un’alternativa alla Via della Seta promossa da Pechino e alla dorsale Golfo-Iran-Russia-Artico a cui da tempo lavora il Cremlino.
L’obiettivo di questa visione è trasformare il Medio Oriente in un polmone della crescita globale posizionato tra il motore dell’India e i mercati di Europa e Nord America, creando condizioni di pace tra Paesi arabi e Israele basate sulla crescita e sulla cooperazione economica.
È facile comprendere come tutto ciò ridia un enorme ruolo al Mediterraneo e in particolare all’Italia.
Recentemente, con la quasi chiusura di Suez e la possibilità di potenziare le rotte artiche, si è temuta una drammatica crisi di importanza del nostro mare. Il prospettato nuovo assetto medio-orientale potrebbe cambiare radicalmente il quadro, e per l’Italia potrebbe essere una grande occasione. La nostra collocazione geografica rappresenta una naturale piattaforma logistica e di raccordo tra il Medio Oriente e il Nord Africa e l’Europa. La nostra portualità diffusa costituisce un formidabile asset strategico di cui non si deve perdere il controllo. Ma come giustamente sottolinea Maurizio Molinari nel suo ultimo libro “La scossa globale (2025)” per capire quanto l’Italia può essere protagonista dei cambiamenti geopolitici bisogna guardare anche nella direzione dell’energia.
Nel Mediterraneo sta prendendo forma un nuovo hub energetico tra Europa e Africa. L’area del Mediterraneo ha una centralità sempre più marcata nello scenario energetico globale. La crisi energetica del 2022, conseguente all’invasione russa dell’Ucraina, ha accelerato un processo già in atto con la modifica delle rotte energetiche europee dalla direttrice est-ovest, dominata dalle forniture di Mosca, a quella sud-nord che vede l’Africa e i Paesi del Golfo come partner strategici dell’Italia e dell’UE.
Non si tratta soltanto di idrocarburi e di fonti convenzionali, ma anche dello straordinario sviluppo di energie rinnovabili e di idrogeno. L’insolazione nelle migliori aree in Algeria, Tunisia, Libia, Marocco, Egitto raggiunge anche le 3000 ore (cioè quasi il doppio delle migliori postazioni europee). Ciò, da una parte, rende la produzione dell’idrogeno economicamente fattibile, e dall’altra attraverso collegamenti elettrici sottomarini apre la strada a grandi esportazioni di energia verde verso i Paesi europei.
In questo quadro l’Italia ha un ruolo cruciale per i suoi tradizionali rapporti con i Paesi nordafricani (Algeria, Tunisia, Libia, Egitto) e per i suoi rapporti sempre più stretti con i Paesi del Golfo (Arabia Saudita, Emirati, Bahrein, Qatar, Kuwait) come testimoniato dal recente viaggio in quell’area della premier Meloni.
È in corso di realizzazione da parte di Terna e Steg (la Terna tunisina) il primo cavo di collegamento elettrico sottomarino tra l’Italia e la Tunisia per 600MW (Elmed). Inoltre, il ruolo dell’Eni in questo nuovo contesto geopolitico appare sempre più strategico, non solo per la forza industriale e per le relazioni che il grande gruppo italiano ha da sempre stabilito con i Paesi del Nord Africa, con altri Paesi africani e in Asia, ma anche perché il modello di cooperazione storicamente proposto dall’ENI risulta vincente.
Recentemente l’Eni ha annunciato la scoperta nelle acque egiziane della concessione di Temsah al largo della costa nord dell’Egitto, un nuovo, grande giacimento di gas (si parla di 56 miliardi di mc). Questo giacimento anche se più piccolo di quello di Zohr, è molto importante perché consentirà all’Egitto di diminuire le importazioni di energia e perché, arrivando in un momento di forti tensioni geopolitiche e prezzi alti dell’energia, può contribuire alla sicurezza energetica italiana. Simmetria di interessi, cooperazione tecnologica e sulle risorse umane, politiche di sviluppo nei Paesi partner sono storicamente l’originale approccio dell’Eni in giro per il mondo.
Non è un caso che la più importante iniziativa di politica estera lanciata dal governo Meloni abbia preso il nome di “Piano Mattei”.L’Italia, con il piano Mattei e l’azione dei suoi grandi gruppi industriali a partire dall’ENI, oltre alle attività di sviluppo può giocare un ruolo unico di ambasciatore gentile dei valori occidentali di libertà, libera impresa, diritti civili e delle donne, tolleranza, libertà di opinione. È un ruolo che nessun altro Paese occidentale è in grado di fare come noi.
L’occasione è storica e non la si può perdere. Da questo punto di vista anche le forze politiche di opposizione, abbandonando polemiche spesso strumentali e propagandistiche, dovrebbero riconoscere che nel Mediterraneo e nella collaborazione con i Paesi del Nord Africa e del Golfo si giocano i nostri interessi nazionali e il futuro dell’Italia.
Medio Oriente, il nuovo equilibrio passa da Israele e dal Golfo