Per anni sono stati presentati come un tandem pressoché inseparabile: stessi interessi strategici, stessa diffidenza verso l’Iran, stessa ambizione di guidare il mondo sunnita arabo in una fase di profonda transizione. Oggi, invece, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti si trovano su fronti opposti nello Yemen, con un attacco aereo saudita contro una spedizione emiratina che segna uno strappo senza precedenti tra due alleati storici del Golfo. Al centro della frattura non c’è solo la guerra yemenita, ma una competizione più ampia per influenza, leadership regionale e rapporti privilegiati con Washington.
La scintilla immediata è stata l’avanzata, all’inizio di dicembre, delle forze separatiste del Consiglio di Transizione Meridionale, sostenute da Abu Dhabi, nel sud dello Yemen. Una mossa che ha cambiato gli equilibri sul terreno, portando i separatisti a controllare aree strategiche come Hadramawt e avvicinandoli pericolosamente al confine saudita, zona sensibile non solo dal punto di vista militare ma anche simbolico e tribale. Per Riad quella linea è una “linea rossa” di sicurezza nazionale, come hanno fatto sapere fonti ufficiali dopo il raid su Mukalla.
Dietro l’escalation, tuttavia, c’è molto di più di un disaccordo tattico. Secondo fonti del Golfo citate da Reuters, il deterioramento dei rapporti sarebbe stato accelerato da un clamoroso malinteso nato a Washington, durante un incontro alla Casa Bianca tra il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman e Donald Trump. Oggetto della discussione: il Sudan, un altro teatro di competizione indiretta tra sauditi ed emiratini. Abu Dhabi avrebbe interpretato quelle conversazioni come un tentativo saudita di spingere gli Stati Uniti verso sanzioni non solo contro le Forze di Supporto Rapido sudanesi, ma anche contro gli Emirati stessi, accusati di sostenerle. Da lì, la sensazione di essere stati “ingannati” e la risposta sul terreno yemenita.
Lo Yemen, del resto, è da tempo il punto in cui le agende dei due Paesi divergono più apertamente. Entrambi sono entrati nel conflitto nel 2015 per contrastare gli Houthi sostenuti dall’Iran, ma con obiettivi differenti: Riad ha sempre puntato alla difesa dei propri confini e al sostegno del governo yemenita riconosciuto a livello internazionale; Abu Dhabi ha progressivamente investito sui separatisti del sud, interessata al controllo dei porti, delle rotte marittime e di una cintura di influenza lungo il Mar Rosso e il Golfo di Aden. Quando gli Emirati hanno iniziato a ritirare parte delle loro truppe, lasciando però un’impronta decisiva attraverso milizie locali, la divergenza è diventata strutturale.
Questa rivalità si inserisce in un quadro più ampio di competizione tra le due potenze petrolifere. Negli ultimi anni sauditi ed emiratini si sono scontrati sulle quote di produzione nell’OPEC+, sulle strategie di diversificazione economica e persino sul ruolo di hub finanziario e logistico della regione. Vision 2030 di bin Salman e il modello emiratino incarnato dal presidente Mohammed bin Zayed non sono più complementari, ma concorrenti. Come osservano diversi analisti, l’alleanza non è mai stata semplice, ma oggi gli attriti hanno raggiunto un livello che si riflette in quasi ogni dossier regionale.
Il rischio, ora, è che lo scontro yemenita si trasformi in un fattore di instabilità più ampio, capace di minare anche il coordinamento sul petrolio in un momento delicato per i mercati energetici globali. Non a caso, alla vigilia di una riunione OPEC+ cruciale, le tensioni tra Riad e Abu Dhabi preoccupano osservatori e investitori. Finora entrambe le capitali hanno cercato di minimizzare pubblicamente lo scontro, parlando di dialogo e soluzioni politiche, ma i raid aerei e il ritiro emiratino raccontano un’altra storia.
Il Golfo ha già attraversato crisi profonde, come il boicottaggio del Qatar nel 2017, e ne è uscito con compromessi faticosi. Anche questa volta è probabile che alla fine prevalga il pragmatismo. Ma il messaggio che arriva dallo Yemen è chiaro: l’asse saudita-emiratino non è più un dato scontato, e il Medio Oriente che emerge da questa frattura è ancora più competitivo, frammentato e imprevedibile di quanto non fosse ieri.
MBS contro MBZ, la frattura del Golfo
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