Torino. La manifestazione organizzata da Askatasuna a Torino il 31 gennaio 2026 si è conclusa, come tutti sapevano perfettamente già alla vigilia, tra devastazioni e scontri cercati da almeno un migliaio di manifestanti contro le forze dell’ordine.
Si sta parlando molto, comprensibilmente, delle violenze fisiche – che hanno incluso un poliziotto preso a martellate da otto incappucciati – meno di quelle simboliche e verbali. Anch’esse meritano invece una riflessione, perché c’è un nesso esplicito – rivendicato peraltro apertamente dagli stessi violenti di Askatasuna – tra cassonetti e auto bruciate, muri imbrattati, cariche contro le forze dell’ordine, da una parte, e slogan e riferimenti culturali dall’altra. Colpisce in particolare la scritta “philosopher à coups de marteaux” – fare filosofia a colpi di martello – una citazione di Nietzsche comparsa sui muri della città (il francese, a quanto pare, si addice al radicalismo filosofico). Uno slogan perfettamente coerente con gli immancabili omaggi al terrorismo di Hamas ripetuti ancora una volta durante la manifestazione, con gli attacchi del 7 ottobre 2023 celebrati come l’inizio di un presunto “risveglio” della resistenza palestinese contro il nemico colonizzatore, senza suscitare scandalo in un clima già avvelenato dalla demonizzazione di Israele di cui l’intero cosiddetto campo largo e buona parte del sistema mediatico italiano sono da due anni e mezzo corresponsabili, quando non autentici fautori.
La frase attribuita a Nietzsche non è un vezzo colto. Il “filosofare a colpi di martello” richiama l’idea di una critica radicale che considera il miglioramento graduale dell’esistente un tradimento, ogni riformismo il nemico, e mira invece alla distruzione. Vuole la demolizione e definisce belle le macerie, fa il deserto e lo chiama pace – parola quest’ultima, come si sa, oggi usata regolarmente come arma di guerra. In questo immaginario il mondo è irrimediabilmente corrotto: istituzioni, leggi, polizia, democrazia rappresentativa e confronto parlamentare non sono elementi da migliorare, ma ostacoli da abbattere. Solo attraverso l’azzeramento – picconatura sistematica dell’ordine sociale, doglie laiche che annunciano il messia – è possibile generare un mondo nuovo, armonico, perfetto, una sorta di paradiso terrestre intramondano.
Questa visione non è affatto originale, ma affonda le radici in una lunga tradizione apocalittica e millenarista che attraversa la storia europea. Nel medioevo movimenti cristiani radicali attendevano un “regno dei santi” sulla terra e ritenevano necessaria la distruzione dell’ordine esistente per preparare l’avvento di un’era di perfezione. La violenza, in questo schema, non era un incidente, ma una fase necessaria del processo di redenzione, un dovere religioso e morale. Nell’Ottocento il millenarismo si coniuga con la critica della modernità che avanza: l’ideale di perfezione attraverso la distruzione permane, ma nasce il mito del passato preindustriale in cui la vita sarebbe scorsa in armonia con la natura – altra declinazione di paradiso terrestre.
Nel Novecento la stessa struttura mentale riemerge in alcune ideologie politiche, tra cui quella delle SS. Le SS naziste sono animate da una visione palingenetica del mondo: la convinzione che l’umanità possa essere rigenerata solo attraverso una purificazione radicale. In una metafora amata dal capo delle SS Himmler e dai fautori del nazismo agrario il mondo è un campo da coltivare: per raccogliere frutti occorre prima di tutto rivoltare la superficie del terreno con l’aratro ed estirpare minuziosamente le erbacce – la più infestante delle erbacce sono naturalmente gli ebrei. La distruzione qui non è un accessorio o una fase provvisoria, ma il cuore del progetto. Ridurre in schiavitù interi popoli, sterminare gli ebrei fautori della “degenerazione” è funzionale, in quest’ottica, al vagheggiamento di un equilibrio armonico definitivo tra uomo e natura. All’uscita del mondo dalla storia con l’inaugurazione del millennio.
Non è dunque solo la concretezza della violenza ad accomunare i fanatici dell’apocalisse di oggi a quelli di ieri. La violenza ideologica c’è perché le viene attribuito un fondamento morale: distruggere l’esistente è buono. Il grande nemico di questo pensiero – dai flagellanti all’epoca della peste nera al regno anabattista di Münster durante la Riforma protestante, dalle SS ad Askatasuna – è la complessità, il riformismo, la gradualità, il compromesso. Il mondo è diviso in campi inconciliabili – Bene e Male assoluti – e tende a un fine, cioè a una fine. Esiste perciò solo lo scontro finale, la distruzione come passaggio obbligato verso l’utopia.
Celebrando la violenza in nome di un’idea – il “martello filosofico” – questo immaginario trasforma la brutalità in gesto morale, quasi sacrale. È qui che la retorica anarcoide di oggi si salda con l’apocalittica di ieri, riproponendola di fatto con lessico appena aggiornato. Il sogno di un mondo perfetto frutto della violenza rigeneratrice non può essere cancellato, ma va limitato perché rimanga un sogno. Perché, in altre parole, non venga tradotto in realtà, cioè innanzitutto in cumuli di macerie.
Martello e millennio a Torino

