Quando il nome di María Corina Machado è stato pronunciato a Oslo, non c’erano folle plaudenti né cortei trionfali ma piuttosto il silenzio denso che accompagna le decisioni irreversibili. Il Nobel per la Pace 2025 non ha premiato una vincitrice nel senso classico del termine, ma una donna che ha accettato di perdere quasi tutto per non arretrare di un passo. Casa, libertà di movimento, presenza pubblica. Persino il diritto elementare di essere fisicamente presente alla propria consacrazione internazionale.
Machado arriva a quel riconoscimento dopo mesi di clandestinità, trascorsi tra nascondigli e l’ambasciata argentina di Caracas, mentre il regime di Nicolás Maduro stringeva il cerchio intorno a lei. Non una fuga, ma un’estrazione per ragioni di sicurezza, resa possibile dall’intervento degli Stati Uniti. A Oslo, alla cerimonia, c’era sua figlia. La sua assenza però ha avuto più importanza di molti discorsi, e che ha dato al Nobel un peso politico raro negli ultimi anni.
In Venezuela, María Corina Machado è da tempo più di una dirigente dell’opposizione. È il volto di una rottura netta, senza compromessi, con un sistema che ha svuotato il Paese delle sue risorse materiali e morali. Ingegnere di formazione, proveniente da una famiglia dell’alta borghesia, avrebbe potuto scegliere una carriera lontana dalla trincea. Ha scelto invece lo scontro frontale, pagando con l’esclusione dalle elezioni, le minacce, l’isolamento progressivo. La sua forza non è mai stata il carisma urlato, ma una coerenza ostinata, quasi ruvida, che ha messo a disagio non solo il chavismo, ma anche settori dell’opposizione più inclini al compromesso.
Il Nobel non arriva a coronare una vittoria politica, perché in Venezuela la vittoria non c’è stata, ma ha di sicuro certificato una testimonianza. Machado non ha guidato rivoluzioni armate, si è ben guardata da invocare le sanzioni come scorciatoia retorica, e si è rifiutata di trasformare la sofferenza del Paese in un brand personale. Ha insistito su un punto semplice quanto radicale: senza elezioni libere, senza istituzioni credibili, senza il rispetto delle regole minime dello Stato di diritto, non si può parlare di pace, ma solo di una tregua imposta dalla paura.
Il suo intervento al Parlamento norvegese, dopo la cerimonia, ha chiarito il senso del riconoscimento. Non si è trattato di un premio alla resilienza individuale, ma un messaggio al mondo su ciò che accade quando una dittatura sopravvive grazie all’assuefazione internazionale. Machado ha parlato poco di sé e molto del Venezuela come laboratorio fallito, avvertendo che l’autoritarismo non resta mai chiuso dentro i propri confini.
Oggi vive in esilio, ma continua a esercitare un’influenza che il regime non è riuscito a spezzare. Il Nobel per la Pace, in questo caso, non chiude una storia ma di certo la rende più scomoda. Per Caracas, che deve fare i conti con una dissidente ormai protetta da un riconoscimento globale. Ma anche per l’Occidente, chiamato a dimostrare se quel premio resterà poco più di un gesto simbolico o diventerà una responsabilità politica collettiva.
María Corina Machado, dall’esilio una sfida globale
María Corina Machado, dall’esilio una sfida globale

