Premessa: questa è una lunga intervista, del tutto fuori dal format classico degli articoli del nostro Magazine e in generale da quello dei siti di informazione. Ma, lasciatemelo dire, chissenefrega. Non ho voluto togliere una virgola, non una parola, non una frase al ragionamento di Manuel Valls per il semplice motivo che quel che dice questo signore va letto senza scorciatoie, senza pigrizie e senza timori. Va letto e – se possibile – meditato, digerito, pensato e perfino riletto.
Perché il suo è un pensiero chiaro e insieme complesso, diretto ma anche edificato su un senso della morale e della politica che in quest’uomo coincidono come in pochi altri leader occidentali. Per questo proponiamo questa intervista guardandoci bene dal sintetizzarla. Perché vale la pena di ascoltare il pensiero di Valls che non annacqua, non stempera, non riduce e non fa sconti, ma mette in moto un meccanismo di raziocinio che oggi è più prezioso che mai.
Intanto raccontiamo al lettore italiano chi è questo signore poliglotta (padroneggia tra l’altro un ottimo italiano), nato e cresciuto in un crocevia di culture e lingue tra Spagna, Francia, Italia e Svizzera. Ex primo ministro francese, già ministro dell’Interno negli anni segnati dagli attentati jihadisti, nel 2024 ministro d’Oltremare nel governo Bayrou, figura centrale del dibattito europeo su sicurezza, laicità e coesione democratica, Manuel Valls è da tempo una delle voci più nette nella denuncia dell’antisemitismo contemporaneo e delle sue metamorfosi ideologiche.
Il 6 ottobre 2024 Valls è stato ospite di Setteottobre a Roma, alla Sala Umberto, intervenendo a una manifestazione pubblica dedicata al rapporto tra antisemitismo, antisionismo e crisi delle democrazie europee. Nessuno di noi lo conosceva personalmente eppure lui aderì al nostro invito senza esitare, confermando su questi temi una autentica, profonda e coerente sensibilità, maturata del resto lungo un’intera vita politica e personale.
Oggi Manuel Valls è presidente onorario della Fondazione Emet – La Verdad, nata in Catalogna per combattere l’antisemitismo in tutte le sue forme attraverso educazione, memoria, denuncia e assistenza alle vittime. In questa intervista per Setteottobre spiega perché ha sentito l’urgenza di impegnarsi in prima persona in questa battaglia, quale rottura rappresenti il 7 ottobre 2023, e perché difendere Israele non sia una questione identitaria ma una linea di difesa delle società europee.
Setteottobre – Lei ha occupato per molti anni funzioni di primo piano all’interno dello Stato francese, in particolare su sicurezza, terrorismo e coesione nazionale. In quale momento ha ritenuto che l’azione istituzionale non fosse più sufficiente e che fosse necessario creare una struttura autonoma, come la Fondazione Emet – La Verdad, specificamente dedicata alla lotta contro l’antisemitismo?
Manuel Valls – Sarò preciso. Il mio impegno contro l’antisemitismo e l’odio verso gli ebrei è oggi forse ciò che più conta per me, ed è indiscutibilmente l’impegno di una vita. In Francia siamo in molti a esserci mobilitati di fronte a un antisemitismo legato essenzialmente alla causa palestinese e alimentato da una parte della sinistra, anche se resta sempre presente in alcuni settori dell’estrema destra. Responsabili politici di primo piano, parlamentari, intellettuali, giornalisti, associazioni, istituzioni comunitarie sono impegnati contro questo nuovo antisemitismo. La società francese è pienamente consapevole del flagello rappresentato dall’antisionismo, che mescola l’odio verso gli ebrei e l’odio verso Israele. E il legame con lo Stato ebraico resta forte.
Il Parlamento sta impegnandosi per contrastare meglio questo antisionismo attraverso una proposta di legge difesa dalla mia amica, la deputata Caroline Yadan, rappresentante dei francesi all’estero per la circoscrizione Israele–Italia–Grecia–Turchia, e sostenuta dal governo. Ricordo che abbiamo perso una cinquantina di nostri concittadini franco-israeliani negli attacchi del 7 ottobre 2023. Per mesi i municipi hanno esposto i ritratti degli ostaggi detenuti a Gaza.
Resto quindi in prima linea in questa battaglia. Ma rispondo anche agli inviti che mi vengono rivolti là dove il combattimento è ancora più difficile. Penso ai miei amici italiani di Setteottobre o a quelli spagnoli di Barcellona. È per questo che ho accettato la presidenza onoraria della Fondazione EMET–Verdad. I suoi promotori – personalità politiche, storici, avvocati, presidenti delle comunità ebraiche di Barcellona e di Spagna – hanno ritenuto necessario dotarsi di uno strumento specifico, vista la gravità della situazione in Catalogna.
Setteottobre – Molti oggi affermano di essere “contro tutte le forme di razzismo”, includendo l’antisemitismo in una categoria generale. Lei insiste invece sulla singolarità dell’antisemitismo e sulle sue forme contemporanee, spesso dissimulate. In che cosa questo approccio generalista è, secondo lei, insufficiente o persino pericoloso?
M. Valls – Sì, esiste evidentemente una singolarità dell’antisemitismo. Non si tratta in alcun modo di gerarchizzare o di ignorare le altre espressioni dell’odio in funzione del colore della pelle, della religione, del sesso o della condizione sociale. Vanno combattute tutte con la stessa determinazione. Ma la lotta contro l’antisemitismo può essere efficace solo se viene distinta dalla lotta contro le altre forme di razzismo.
Lo abbiamo visto durante la pandemia di Covid-19 con la proliferazione delle teorie complottiste, molto spesso antisemite.
Se il razzismo ha designato l’ebreo come il nemico assoluto è perché la differenza ebraica, al di fuori del campo religioso, è inafferrabile e indistinta. Nutre l’immaginario, la paura e il complotto. La particolarità dell’antisemitismo si riflette nelle parole terribili dell’antisemita francese Édouard Drumont, alla fine del XIX secolo, quando scriveva: “l’ebreo pericoloso è l’ebreo vago”. Si riferiva al capitano Dreyfus, accusato ingiustamente di tradimento a favore della Germania perché ebreo. Gli ebrei sono stati perseguitati – e lo sono ancora – perché erano ciò che erano, e non per le loro opinioni o la loro fede. Gli si rimprovera semplicemente di esistere. Questo rifiuto si estende ormai all’esistenza stessa dello Stato di Israele. Ecco perché è essenziale preservare la specificità dell’antisemitismo per combatterlo meglio, così come la sua nuova forma contemporanea: l’antisionismo.
Setteottobre – Lei difende quindi apertamente l’idea che l’antisionismo costituisca oggi una delle principali forme dell’antisemitismo. Questa posizione suscita forti resistenze, soprattutto a sinistra. Quando ha ritenuto che non fosse più possibile restare nell’ambiguità su questo punto?
M. Valls – Cito spesso le parole di Vladimir Jankélévitch, grande filosofo francese, allievo di Bergson, resistente, uomo di sinistra, amico di mio padre: “l’antisionismo è un’incredibile manna che ci autorizza – ci dà il diritto, anzi il dovere – di essere antisemiti in nome della democrazia. L’antisionismo è l’antisemitismo giustificato, finalmente alla portata di tutti. È il permesso di essere democraticamente antisemiti. E se gli ebrei fossero essi stessi dei nazisti? Sarebbe meraviglioso. Non sarebbe più necessario compatirli: avrebbero meritato il loro destino”.
Tutto è stato detto, ed è stato scritto nel 1967. Vengo alla sua domanda sulla sinistra. Alla fine del XX secolo una parte della sinistra ha decretato che la massa degli immigrati, in maggioranza di cultura musulmana in Europa, avrebbe costituito il nuovo proletariato. Sarebbero diventati così i nuovi “dannati della terra”, le vere vittime del capitalismo e del colonialismo occidentale.
L’indulgenza manifestata da personalità politiche e intellettuali di sinistra verso il regime di Teheran a partire dal 1979, o la mancanza di solidarietà con Salman Rushdie, condannato a morte dalla fatwa dell’ayatollah Khomeini nel 1989, testimoniavano già questa deriva, destinata solo ad aggravarsi. Nel Regno Unito con il Labour di Corbyn e in Francia con l’estrema sinistra trotzkista e poi con Mélenchon, l’alleanza tra la sinistra radicale e gli islamisti, generalmente guidati dai Fratelli Musulmani, si è progressivamente teorizzata e consolidata, calpestando tutte le battaglie progressiste, universaliste, femministe e laiche. L’obiettivo era ed è conquistare un nuovo elettorato.
La giornalista Nora Bussigny descrive perfettamente questo processo nel suo libro ‘I nuovi antisemiti: inchiesta di un’infiltrata nelle file dell’ultrasinistra’ (n.d.r. Albin Michel, 2025). A partire dal 7 ottobre 2023, la bandiera palestinese e la kefiah hanno sventolato per unire tutte le cause sociali e identitarie. Questo “palestinismo” genera una deriva antisemita, perché l’odio verso gli ebrei e verso Israele alimenta l’islamismo e impedisce di denunciare i crimini di Hamas o del regime dei mullah. Nel Regno Unito, in Italia o in Spagna, una parte della socialdemocrazia è stata trascinata in questa spirale. Occorre avere il coraggio di denunciare la responsabilità di questa sinistra. Con le sue concessioni, la sua confusione ideologica e la strumentalizzazione della causa palestinese ha aperto la strada all’odio verso gli ebrei. “Sionisti, fascisti, siete voi i terroristi!” È questo che sentiamo da mesi in tutte le manifestazioni cosiddette “pro-palestinesi”.
L’argomentazione è semplice: il sionismo è una forma di colonialismo da eliminare. Inserire il sionismo nel contesto della decolonizzazione è un bias storico che consente di credersi “dalla parte giusta della storia”. Parla di tutto tranne che del progetto sionista di autodeterminazione ed emancipazione del popolo ebraico. Secondo questa interpretazione tutto è lecito: anti-imperialismo, antifascismo, anticapitalismo. E con una buona dose di teorie complottiste, senza nemmeno bisogno di dichiararsi esplicitamente antisemiti. Dall’8 ottobre 2023 assistiamo a una relativizzazione dei massacri del giorno prima, il 7 ottobre, e a una condanna del sionismo. In sintesi: se gli ebrei non fossero stati lì, nulla di tutto questo sarebbe accaduto. L’attacco non prende più di mira il popolo “deicida”, ma il popolo “genocida”.
Setteottobre – Dal 7 ottobre 2023 lei parla di una rottura profonda: non solo nella sicurezza degli ebrei, ma anche nel linguaggio pubblico, nei media, nel mondo universitario e culturale. Che cosa è davvero cambiato e perché questo momento segna una svolta duratura?
M. Valls – Il 7 ottobre ha spezzato le nostre certezze. In sintesi: l’antisemitismo di un tempo si basava sull’idea che gli ebrei, popolo senza Stato, fossero responsabili delle disgrazie del mondo e incapaci di patriottismo. Questo popolo errante era maledetto e complottava contro le altre nazioni e religioni. La giudeofobia attuale, espressa in nome della critica a Israele e delle vittime palestinesi, si fonda sul presupposto opposto: pretendendosi antirazzista e antinazionalista, assimila le responsabilità ebraiche alla quintessenza del nazionalismo e quindi del fascismo. Dopo il 7 ottobre, in seguito agli attacchi terroristici di Hamas, questo discorso è degenerato. Le parole “apartheid”, “colonizzazione” e “genocidio” vengono brandite come slogan. Eppure sono prive di senso di fronte alla realtà di Israele e della guerra a Gaza. Il loro vero obiettivo è altrove: trasformare Israele in uno Stato paria, delegittimarne l’esistenza stessa. Nessuno può negare l’orrore di questa guerra e le migliaia di vittime civili palestinesi, in gran parte usate come scudi umani da Hamas.
Ma non si tratta di genocidio, né negli obiettivi, né nelle intenzioni, né nella realtà. È una menzogna. Ripetuta regolarmente da numerosi media nei nostri Paesi. Ma resta una menzogna. Il 7 ottobre ha sconvolto la vita degli ebrei di tutto il mondo. La stragrande maggioranza degli atti antisemiti registrati in Europa e nel mondo dal 7 ottobre 2023 è motivata dalla causa palestinese. Tutto è iniziato con insulti nelle manifestazioni, graffiti su aziende israeliane, negozi e istituzioni ebraiche; mappe pubblicate che censiscono tutti i luoghi legati a questa comunità, comprese le scuole ebraiche; cimiteri ebraici vandalizzati. Lo schema classico, la sequenza prevedibile: insulti, graffiti, vandalismi. Come negli anni Trenta. Questi discorsi e questi atti possono uccidere di nuovo, lo abbiamo visto a Sydney, in Australia.
Andiamo oltre. Ci sono organizzazioni e militanti di sinistra, comprese femministe, incapaci di denunciare Hamas, organizzazione islamista e terroristica che non ha mai nascosto il suo odio verso tutti gli ebrei, ma anche verso i cristiani e, naturalmente, verso la democrazia. Non denunciano nemmeno il suo controllo totale e violento sulle donne a Gaza. E dimenticano che gli omosessuali sono perseguitati e massacrati, e che molti cercano rifugio a Tel Aviv. È anche la strategia del movimento BDS, il cui obiettivo dichiarato è delegittimare Israele isolandolo da tutte le istituzioni culturali, dagli eventi sportivi e dalle università. L’antisionismo è di moda negli ambienti culturali e mediatici. Mobilita più della difesa del popolo iraniano massacrato dal regime dei mullah. L’Italia o la Spagna non fanno eccezione a questa logica assurda e pericolosa.
Setteottobre – La Fondazione Emet è nata in Catalogna, un territorio attraversato da forti tensioni identitarie e da un attivismo molto ideologizzato sul Medio Oriente. È una scelta simbolica o una necessità concreta? E quali specificità vede nell’antisemitismo in Spagna e nell’Europa del Sud rispetto alla Francia o al mondo anglosassone?
M. Valls – Torniamo alla Storia. Come lei sa, l’antisemitismo assume molte forme. Esiste la forma storica, ancestrale e principalmente cristiana – gli ebrei accusati di deicidio per aver ucciso Cristo – che ha fatto stragi nei secoli. Devo però ricordare l’aggiornamento decisivo della Chiesa cattolica, in particolare con il Concilio Vaticano II. Esiste poi una forma basata su stereotipi legati al denaro. Questo antisemitismo è sempre esistito e continua a esistere; lo si potrebbe definire popolare. È stato molto presente in Spagna, prima e dopo la catastrofica espulsione degli ebrei ordinata dai Re cattolici nel 1492. Esiste un’altra forma di antisemitismo, fondata sull’identità, sull’illusione della purezza razziale o nazionale, teorizzata dal francese Gobineau a metà del XIX secolo, e culminata evidentemente nel nazismo e nella Shoah.
Quest’ultima appartiene chiaramente all’estrema destra ed esiste ancora in Europa – basta guardare l’ascesa dell’AfD in Germania, nonostante le sue radici naziste – ed è molto presente anche in alcuni settori del movimento MAGA negli Stati Uniti. Questa storia va ricordata a scuola, la memoria ravvivata, Auschwitz e Birkenau visitati, Primo Levi insegnato, il revisionismo combattuto. È evidente per la grande maggioranza dei cittadini che bisogna lottare contro questo fenomeno, come contro ogni ritorno del fascismo e del totalitarismo. Ma esiste anche un altro antisemitismo, quello di cui le ho appena parlato, oggi il più potente e il più pericoloso, un vero tsunami mondiale dal 7 ottobre 2023, quello che uccide, legato agli eventi del Medio Oriente. Molto presente nel mondo arabo e musulmano, questo antisemitismo rivela le contraddizioni della sinistra. È quello che prospera in Spagna, dove la memoria ebraica è debole e quella della Shoah praticamente assente.
Setteottobre – Lei ha scritto che l’antisionismo “essenzializza” e “disumanizza” gli ebrei, in particolare quelli della diaspora, costringendoli a giustificarsi o a prendere le distanze da Israele per essere accettati. Quali effetti produce tutto questo sulle libertà individuali e sulla tenuta democratica delle nostre società?
M. Valls – Nelle scuole l’antisemitismo si manifesta a età sempre più precoci. Non esistono più tabù. Ogni ebreo è automaticamente colpevole, perché ogni ebreo è necessariamente legato a Israele. Sì, l’antisionismo essenzializza e disumanizza. Costringe gli ebrei della diaspora a prendere posizione sulla politica del governo israeliano. Perché? Perché vengono considerati responsabili delle violenze subite dai gazawi, devono rendere conto, sono “dalla parte sbagliata della storia”. Questi sillogismi sono insopportabili. L’antisemitismo annuncia sempre le grandi catastrofi dell’umanità. La lotta contro l’odio verso gli ebrei non riguarda solo gli ebrei. Riguarda tutti noi, perché è in gioco l’essenziale.
Setteottobre – La Fondazione mette al centro la verità, la memoria, l’educazione, ma anche la denuncia e l’aiuto alle vittime. In concreto, che cosa spera possa cambiare tra cinque o dieci anni se iniziative come questa avranno successo? E che cosa teme, invece, se si continuerà a minimizzare o a relativizzare l’antisemitismo contemporaneo?
M. Valls – Questo lavoro assomiglia a quello di Sisifo, ma non abbiamo il diritto di rinunciare. Il fronte è molto ampio, in particolare sui social network, a scuola e nelle università. C’è un lavoro considerevole da fare verso i giovani. Dobbiamo unire i nostri sforzi e condividere le nostre esperienze comuni, da Parigi, Roma o Barcellona. È questo il senso della creazione di Setteottobre o di Emet.
L’antisemitismo non scomparirà mai, ma dobbiamo ridurlo. Lottando anche contro l’islamismo. E su questo punto voglio essere chiaro: non dimentichiamo che Israele è in prima linea di fronte all’islamismo di Hamas, di Hezbollah e dell’Iran. Questo islamismo, quello dei Fratelli Musulmani, attacca le nostre società europee, la nostra cultura, il nostro modo di vivere e di essere: al Bataclan a Parigi o nel Negev. Ero primo ministro al momento dei terribili attentati che hanno colpito la Francia nel 2015 e nel 2016.
La sua priorità sono le comunità musulmane dei nostri Paesi, da separare dal resto della popolazione per creare le condizioni della contrapposizione e della guerra civile. Se Israele cade, cadiamo anche noi. Le vittorie dello Stato ebraico sono le nostre vittorie. E non dimentichiamolo mai: il modo migliore per combattere l’antisemitismo e l’antisionismo è difendere lo Stato di Israele.
Manuel Valls: «Se Israele cade, cadiamo anche noi»

