La Macedonia del Nord continua a muoversi lungo una linea sottile, sospesa tra il bisogno di consolidare la propria stabilità interna e la necessità di trovare una collocazione credibile in un contesto europeo e internazionale sempre più frammentato. A Skopje il quadro politico resta formalmente ordinato, ma sotto la superficie persistono tensioni che non si sono mai davvero risolte, a partire dal rapporto tra la maggioranza slava macedone e la consistente minoranza albanese, che rappresenta oltre un quarto della popolazione e che continua a esercitare un peso determinante negli equilibri di governo.
Dopo anni di alternanza tra socialdemocratici e conservatori, il sistema politico appare stanco, segnato da una polarizzazione che non si traduce più in visioni alternative di Paese ma in una competizione permanente sulla gestione del potere e sull’uso delle istituzioni. Il compromesso che nel 2018 ha portato al cambio di nome, accettato per sbloccare l’impasse con la Grecia, resta uno spartiacque ancora irrisolto nella memoria collettiva. Per una parte dell’opinione pubblica ha rappresentato una scelta necessaria e pragmatica, mentre per un’altra è stato vissuto come una concessione identitaria imposta dall’esterno, utile a spiegare il ritorno di un nazionalismo più strisciante, che riaffiora ciclicamente nel dibattito pubblico.
Sul piano sociale, il Paese paga un prezzo elevato in termini di emigrazione, soprattutto giovanile, e di sfiducia verso la capacità dello Stato di offrire prospettive concrete. La crescita economica resta modesta e fortemente dipendente da investimenti stranieri e da incentivi fiscali che attirano capitali ma non sempre producono sviluppo diffuso. La corruzione, pur meno plateale che in passato, continua a erodere credibilità alle istituzioni e a frenare quel salto di qualità che l’adesione formale alla Nato, avvenuta nel 2020, non è riuscita da sola a garantire.
Sul fronte internazionale, la Macedonia del Nord è un alleato disciplinato dell’Occidente, allineato sulle posizioni euro-atlantiche e chiaramente schierato dopo l’invasione russa dell’Ucraina, con il sostegno alle sanzioni e un profilo diplomatico coerente con quello dei partner europei. L’ingresso nell’Alleanza Atlantica ha rafforzato il senso di sicurezza strategica, ma non ha sciolto il nodo principale, rappresentato dal processo di adesione all’Unione europea. I negoziati restano bloccati da veti incrociati e da richieste, in particolare da parte della Bulgaria, che hanno riaperto questioni storiche e linguistiche percepite come umilianti da ampi settori della società macedone. Questo stallo alimenta frustrazione e rende più fragile il consenso europeista, pur rimanendo l’Ue l’orizzonte di riferimento quasi obbligato.
Nel più ampio scacchiere regionale, Skopje cerca di mantenere buoni rapporti con i Paesi vicini, evitando scosse che potrebbero riaccendere vecchie rivalità balcaniche. Allo stesso tempo, osserva con attenzione le mosse di attori esterni come la Russia, la Turchia e la Cina, presenti nei Balcani con strumenti diversi, dagli investimenti infrastrutturali all’influenza culturale e religiosa. La leadership macedone è consapevole che ogni apertura eccessiva verso questi interlocutori rischierebbe di compromettere il già fragile rapporto con Bruxelles e Washington, e per questo mantiene una linea prudente, talvolta attendista.
In questo quadro si collocano anche i rapporti con Israele, che sono solidi e relativamente discreti. La Macedonia del Nord riconosce Israele dal 1995 e intrattiene relazioni diplomatiche corrette, basate su cooperazione economica, tecnologica e in misura crescente anche sulla sicurezza. Skopje ha assunto prese di posizione equilibrate nei fori internazionali, evitando derive ideologiche e mantenendo un atteggiamento pragmatico, lontano dalle retoriche più radicali diffuse in altri contesti europei. Per un Paese di dimensioni ridotte e con risorse limitate, il rapporto con Israele è visto soprattutto come un’opportunità concreta di collaborazione, non come una bandiera simbolica.
La Macedonia del Nord resta dunque un Paese in cerca di una normalità definitiva, che fatica ad arrivare. Stretta tra identità irrisolte, aspettative europee deluse e un contesto geopolitico instabile, Skopje continua a camminare con passo cauto, consapevole che ogni scelta ha un costo interno elevato. La sua forza, se esiste, sta proprio in questa prudenza, che le consente di restare agganciata all’Occidente senza rinunciare a un fragile equilibrio interno, ancora lontano dall’essere davvero consolidato.
Macedonia del Nord, la forza della prudenza
Macedonia del Nord, la forza della prudenza

