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⌥ L’Unità, e una fine infinita

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C’è stato un tempo in cui L’Unità era un giornale. Non un foglio qualunque, non una bandierina agitata a caso, ma un luogo di conflitto, di pensiero, di asprezza anche, però con una spina dorsale. Un quotidiano comunista, sì, ma capace di distinguere, di argomentare, di misurare il peso delle parole. L’altro giorno, guardando una prima pagina, veniva da chiedersi dove fosse finito tutto questo. Se fosse evaporato o se deliberatamente buttato via.

“Il mondo in mano ai gangster”. Titolo cubitale, fotografia da apocalisse generica, e sotto l’elenco: Khamenei, Trump, Netanyahu, Putin. Tutti insieme. Tutti uguali. Tutti appiccicati con lo stesso mastice morale. È qui che qualcosa si rompe. Non perché quei nomi non possano essere criticati, anche duramente. Ma perché metterli sullo stesso piano non è un atto di coraggio: è un atto di pigrizia. È la scorciatoia di chi rinuncia a capire e si rifugia nell’indistinto, nel grande frullatore etico dove tutto diventa equivalente e dunque tutto smette di significare qualcosa.

È l’equidistanza come posa, l’irenismo del cupio dissolvi: tutti mascalzoni, tutti colpevoli, tutti gangster. Netanyahu come Khamenei, Putin come Trump, mia cugina come Eva Braun, i miei vicini di casa come i proprietari della discoteca di Crans-Montana. Non c’è più storia, non c’è più contesto, non c’è più responsabilità differenziata. C’è solo un dito puntato che gira su se stesso, compiaciuto della propria superiorità morale.

E naturalmente, subito dopo, arrivano “loro”. I puri. I salvatori. Quelli che “noi ve l’avevamo detto”, quelli che guardano dall’alto un mondo che brucia e si assegnano da soli il ruolo di coscienza critica dell’umanità. Guardate là, dicono, sta sorgendo il sole dell’avvenire. Peccato che, mentre lo annunciano, si spengano le ultime luci della coscienza e dell’intelligenza. E che al loro posto resti solo una tristezza densa, appiccicosa e senza appello.

Questo non è più un giornale comunista. È un foglio moralistico senza bussola, che scambia la confusione per radicalità e l’indignazione incolore per analisi. Un giornale che non prende posizione perché non sa più distinguere, e non distingue perché ha paura di pensare davvero. La gloriosa storia di L’Unità meritava un’altra fine. O almeno un po’ più di pudore.


L’Unità, e una fine infinita L’Unità, e una fine infinita