Tutti, o almeno molti, ne parlano male ma pochi, troppo pochi, conoscono quest’Ungheria che è precipitata da un comunismo ‘leggero’ (si fa per dire) a una democrazia (si fa per dire) illiberale per sua stessa ammissione. Quel che è certo è che Budapest continua a muoversi lungo una linea di equilibrio che la espone a tensioni costanti con l’Unione Europea e al tempo stesso le consente di giocare un ruolo autonomo nello scacchiere centro-orientale. Viktor Orbán, al potere dal 2010 con una solida maggioranza parlamentare, ha costruito un sistema politico che concentra poteri nell’esecutivo e rivendica un’idea di democrazia “illiberale” (formula che appunto egli stesso ha utilizzato per descrivere un modello fondato su sovranità nazionale), controllo dei confini e centralità dello Stato.
Il confronto con Bruxelles resta il punto più sensibile. La Commissione europea ha congelato negli ultimi anni una parte significativa dei fondi destinati all’Ungheria, contestando carenze nello stato di diritto, nella tutela dell’indipendenza giudiziaria e nella trasparenza degli appalti pubblici. Budapest ha risposto avviando riforme mirate e negoziando compromessi, consapevole che l’accesso alle risorse europee rappresenta un fattore decisivo per sostenere un’economia che negli ultimi mesi ha mostrato segnali di rallentamento. Secondo i dati diffusi dall’Ufficio centrale di statistica ungherese, la crescita ha subito una contrazione dopo l’impennata inflazionistica del 2022-2023, mentre il governo tenta di contenere il deficit e attrarre investimenti esteri, in particolare nel settore automobilistico e nelle batterie elettriche.
Sul piano internazionale, l’Ungheria mantiene un rapporto privilegiato con la Russia, cosa che la distingue da molti partner dell’Europa centro-orientale. Pur avendo aderito alle sanzioni comunitarie contro Mosca, Orbán ha più volte criticato l’efficacia delle misure restrittive e ha difeso la cooperazione energetica con il Cremlino, soprattutto per quanto riguarda il gas e l’ampliamento della centrale nucleare di Paks. Questa scelta ha alimentato diffidenze all’interno della NATO, di cui Budapest è membro, e ha rafforzato l’immagine di un Paese incline a posizioni autonome rispetto alla linea euro-atlantica dominante.
Il governo ungherese ha sviluppato anche un dialogo stretto con Israele, fondato su una convergenza politica che riguarda sicurezza, controllo delle frontiere e contrasto all’immigrazione irregolare. Orbán ha più volte sostenuto le prese di posizione israeliane in sede europea, opponendosi a risoluzioni considerate squilibrate, mentre Budapest ospita una delle comunità ebraiche più numerose dell’Europa centro-orientale. La tutela di questa presenza viene spesso richiamata dalle autorità come elemento distintivo rispetto ad altri Paesi della regione.
All’interno, la società ungherese appare attraversata da una polarizzazione marcata. Le riforme costituzionali, le leggi sui media e quelle che regolano l’attività delle ONG hanno suscitato critiche da parte dell’opposizione e di organizzazioni internazionali, che denunciano una compressione degli spazi di pluralismo. Il governo replica rivendicando il mandato elettorale e la necessità di difendere l’identità nazionale in un contesto europeo percepito come omologante.
L’Ungheria si presenta dunque come un laboratorio politico che sfida le categorie tradizionali dell’integrazione europea. Orbán scommette su un modello che combina apertura economica selettiva e forte controllo politico, mentre Bruxelles valuta fino a che punto sia possibile conciliare questa impostazione con i principi fondativi dell’Unione. Nel mezzo si colloca una popolazione che guarda con attenzione alle prospettive di sviluppo e alla stabilità, consapevole che il futuro del Paese dipenderà dalla capacità di mantenere un equilibrio tra autonomia decisionale e appartenenza a una comunità europea sempre più esigente.
L’Ungheria in un difficile equilibrio
