“È stato il primo a partire e l’ultimo a tornare”, così la madre di Ran Gvili ha commentato il ritrovamento del corpo di suo figlio. Dopo il completamento delle procedure di identificazione, condotte dal Centro Nazionale di Medicina Legale insieme alla polizia israeliana e al Rabbinato militare, l’esercito ha infatti comunicato ai familiari che Ran è stato ritrovato e può essere finalmente sepolto. Con lui si chiude anche un dato collettivo che per settimane ha pesato come un macigno: con il rientro del suo corpo, tutti gli ostaggi trattenuti nella Striscia di Gaza risultano ormai riportati in Israele. Una frase che non ha nulla di burocratico, ma che semmai contiene una somma di storie spezzate e di attese amaramente deluse.
Ran Gvili aveva ventiquattro anni e viveva a Meitar, nel sud del Paese. Prestava servizio come combattente in un’unità speciale legata alle forze di sicurezza del distretto meridionale. Il 7 ottobre non era in servizio e quella mattina si trovava in ospedale, in attesa di un intervento chirurgico. Formalmente era fuori da tutto, lontano dal fronte, protetto da una condizione che avrebbe giustificato qualunque scelta di prudenza. Quando però ha compreso la portata dell’attacco, quando le notizie hanno cominciato a delineare quello che stava accadendo nei kibbutz del sud, Ran non ha esitato un attimo a lasciare l’ospedale e a dirigersi verso Alumim.
Nel kibbutz l’attacco dei terroristi di Hamas era già in corso e Ran si è unito ai combattimenti senza ordini e senza obblighi, entrando in uno dei punti più colpiti di quella giornata. Alle 10:50 è riuscito a inviare un messaggio ai suoi amici su WhatsApp, spiegando di essere stato colpito due volte alle gambe, e da quel momento di lui non si è saputo più nulla. Per settimane il suo nome è rimasto nell’elenco dei dispersi, termine che lascia aperto uno spiraglio di speranza anche quando i fatti non la incoraggiano.
Il 31 gennaio 2024 una commissione di esperti, composta da rappresentanti del Ministero della Sanità, dell’intelligence, della polizia, del Ministero degli Affari religiosi e dal Rabbino capo di Israele, ha stabilito che Ran Gvili era caduto in combattimento il 7 ottobre e che il suo corpo era stato rapito e trattenuto a Gaza dai terroristi di Hamas. Ucciso e poi sottratto, anche dopo la morte, alla sua famiglia e al suo Paese, in un ulteriore atto di una crudeltà che non conosce limiti. La polizia israeliana, nel rendere pubblica la decisione, ha parlato di un combattente che ha lottato in prima linea con coraggio e determinazione, parole che in questo caso sono tutt’altro che una formula retorica, ma il riconoscimento di una scelta reale e consapevole.
Dietro il ritorno del corpo di Ran Gvili c’è stata un’operazione militare di dimensioni eccezionali, una di quelle che raramente emergono nella loro interezza e che spiegano, meglio di molte dichiarazioni ufficiali, cosa significhi per Israele la parola responsabilità nei confronti dei propri caduti. Le Forze di Difesa Israeliane hanno infatti messo in campo l’operazione denominata “Brave Heart”, descritta da fonti militari come una delle più grandi mai condotte nel Paese nel campo dei prigionieri di guerra e delle persone scomparse dall’inizio del conflitto.
Per giorni, reparti dell’IDF hanno lavorato senza interruzione, ventiquattr’ore su ventiquattro, con un obiettivo preciso e unico: riportare in Israele l’ultimo ostaggio israeliano rimasto nella Striscia di Gaza. L’operazione si è concentrata in un’area particolarmente sensibile nel nord della Striscia, tra Daraj Tufah e il quartiere di Sajaiya, dove si trova un cimitero che, secondo le stime, contiene un numero di corpi di gran lunga superiore a quanto inizialmente ipotizzato, probabilmente centinaia.
I combattenti hanno esaminato corpo dopo corpo, in condizioni operative complesse e spesso pericolose. In alcuni casi l’identificazione è stata possibile direttamente sul campo, mentre nei casi più difficili i resti sono stati trasferiti all’Istituto di Medicina Legale di Abu Kabir per accertamenti più approfonditi, in un lavoro lento e meticoloso che non ammette scorciatoie e che richiede una precisione estrema, anche quando il contesto è quello di una zona ancora instabile dal punto di vista della sicurezza.
Un alto funzionario israeliano ha spiegato che per avviare un’operazione di questa portata è stato necessario un lungo lavoro preparatorio, sia sul piano dell’intelligence sia su quello politico, e che dall’inizio della guerra non era mai stato tentato nulla di simile. Nonostante l’enorme dispiegamento di forze e mezzi, non vi era alcuna garanzia di successo, e le IDF hanno continuato parallelamente a valutare opzioni alternative, consapevoli che anche uno sforzo così imponente avrebbe potuto non portare al risultato sperato.
Alla ricerca hanno partecipato numerosi reparti, impegnati a rotazione giorno e notte, tra cui anche unità della brigata Alexandroni, incaricate di mettere in sicurezza l’area. Il cimitero si trova infatti lungo la cosiddetta Linea Gialla, in una zona sotto controllo operativo israeliano ma adiacente a territori controllati da Hamas, circostanza che ha reso necessarie incursioni mirate in aree particolarmente esposte.
Un ruolo centrale lo ha avuto anche il Rabbinato Militare, coinvolto come partner operativo a pieno titolo. L’unità speciale Hisar, composta da riservisti addestrati alla localizzazione e al recupero dei resti dei soldati caduti, ha lavorato fianco a fianco con le forze sul campo, così come i dentisti militari, fondamentali per le identificazioni più complesse. La famiglia di Ran Gvili è stata aggiornata costantemente sull’andamento dell’operazione, ricevendo briefing regolari, anche nel cuore della notte, su ogni sviluppo. È dentro questo quadro, fatto di turni incessanti, di scavi, di verifiche ripetute e di una determinazione che non si è fermata davanti a nessuna difficoltà, che il corpo di Ran Gvili è stato infine individuato e restituito.
Il ritrovamento del corpo chiude ora un percorso che nessuno avrebbe voluto compiere. Ran torna per essere sepolto, per avere un luogo, una data, un nome inciso nella pietra e non soltanto negli elenchi provvisori che hanno accompagnato questi mesi. È una restituzione tardiva e incompleta, ma necessaria. Per la famiglia, che finalmente può piangere senza attendere un’altra comunicazione ufficiale, e per un Paese che dal 7 ottobre in poi continua a misurare il proprio dolore anche in questi ritorni tragici, che non fanno chiasso ma che nessuno potrà mai dimenticare.
L’ultimo ostaggio. Torna il corpo di Ran Gvili
L’ultimo ostaggio. Torna il corpo di Ran Gvili

