In occasione della Giornata internazionale della donna, Veronika Boskovic Pohar, Chargée d’Affaires dell’Unione Europea in Afghanistan, ha scritto sui social che “l’UE rimane impegnata a sostenere la loro dignità, la loro resilienza e la loro partecipazione alla vita economica del Paese” perché “l’emancipazione economica delle donne non è solo una questione di diritti, ma è anche essenziale per la resilienza economica dell’Afghanistan” e che “rafforzare la partecipazione delle donne nell’economia è fondamentale per la stabilità a lungo termine e lo sviluppo sostenibile del Paese”. Tutto qui. “E pure st’otto marzo se lo semo tolto dalle palle”, ho pensato a Christian De Sica quando ho letto il messaggio della diplomatica slovena.
Inserire i Talebani nella lista delle organizzazioni terroristiche sarebbe un messaggio forte. Concreto. Uno spiraglio di speranza, secondo Baktash Siawash, 43 anni, ex membro del Parlamento afghano — di cui è stato il più giovane rappresentante — che in un’intervista ad Amu TV del 19 febbraio ha chiesto all’Unione Europea di farlo. Il minimo sindacale di una donna istituzionalmente impegnata in un Paese dove l’assenza femminile dalla forza lavoro ha già prodotto, nel medio e lungo periodo, un impoverimento sostanziale del capitale umano. E perché? Perché, dopo la vigliacca fuga occidentale, a comandare sono i Talebani. Un mix di guerra, wahabismo, deobandismo e Pashtunwali (il codice tribale pashtun) contro l’universo femminile.
Sono loro il problema. Inserire i Talebani nella lista delle organizzazioni terroristiche sarebbe un messaggio forte. Concreto. Uno spiraglio di speranza, secondo Baktash Siawash, 43 anni, ex membro del Parlamento afghano — di cui è stato il più giovane rappresentante — che in un’intervista ad Amu TV del 19 febbraio ha chiesto all’Unione Europea di farlo (lo scorso anno anche il Segretario di Stato Marco Rubio dichiarò che la classificazione dei Talebani come organizzazione terroristica straniera era “nuovamente oggetto di revisione”). Il Paese è instabile. Inoltre gli “studenti del Corano” sono in larga maggioranza pashtun, che costituiscono anche il principale gruppo etnico di un Paese basato su delicati equilibri tra comunità diverse. Ma se è stato fatto con i potenti Pasdaran, perché non con i Talebani? Che producono droga. È vero che la coltivazione dell’oppio è diminuita dopo il divieto imposto dalla Guida Suprema, ma prima di tutto hanno stipato enormi quantità di oppio ed eroina accumulate negli anni; e, secondo elemento, si stanno ormai concentrando sulle metanfetamine, visto che in Afghanistan cresce l’efedra, da cui si ricava l’efedrina. Lo dimostrano anche gli ingenti sequestri effettuati nei Paesi confinanti.
Da quando i Talebani sono tornati al potere nel 2021, alle donne è stato impedito di frequentare le scuole secondarie e le università e hanno dovuto affrontare ampie restrizioni sul lavoro in molti settori. Le donne afghane continuano ad affrontare gravi restrizioni all’istruzione, all’occupazione e alla partecipazione alla vita pubblica. Bandita ogni forma di istruzione moderna per ragazze e donne — scuole, università, persino corsi privati. Però si moltiplicano le madrase, le scuole religiose. Intanto a Herat il 90% dei ricoveri psichiatrici riguarda donne distrutte dalle restrizioni.
E poi, da gennaio, il nuovo Codice che regola la procedura penale nei tribunali trasforma il controllo sociale in norma vincolante. Stabilisce gerarchie, definisce obbedienze, riduce l’autonomia. Le mogli sono poste sotto l’autorità del marito: la subordinazione femminile diventa condizione giuridica. L’articolo 9 divide la società in quattro classi — ulama, ashraf, classe media e classi inferiori — e lega la risposta penale al rango. Non conta solo il fatto, conta chi lo commette. A parità di condotta, uno studioso religioso riceve un richiamo; un appartenente alle classi basse rischia carcere o punizioni corporali. La disuguaglianza entra nel diritto.
Il Codice distingue anche tra persone “libere” e “schiave”, ammettendo la non-libertà come status legale. Confessioni e testimonianze sono centrali, i giudici hanno ampia discrezionalità. Il processo diventa strumento di disciplina. Per le donne il controllo è sistematico. La “donna sotto tutela” è uno status permanente. L’articolo 34 prevede fino a tre mesi di carcere per chi resti nella casa d’origine senza il consenso del marito; se la famiglia non la riaccompagna, è perseguibile. Mentre l’articolo 32 limita a quindici giorni la pena per il marito che provochi lesioni “visibili”, se dimostrate. Invece chi organizza combattimenti tra animali rischia fino a cinque mesi di carcere: lo prevede l’articolo 70.
Se non si indeboliscono i Talebani come si può “rafforzare la partecipazione delle donne nell’economia”? O almeno rafforzare quelle donne che vivono in una delle più grandi e violente prigioni a cielo aperto del mondo?
L’otto marzo a Kabul non esiste