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L’ossessione del “declino”

Che cosa hanno in comune terzomondismo e critica della modernità?

Giorgio Berruto

Tempo di Lettura: 4 min
L’ossessione del “declino”

L’idea di declino dell’Occidente, oggi ripetuta in molti ambiti del dibattito pubblico, non nasce nel vuoto. Tanto per cominciare non è un’asserzione neutra, poiché chi la sostiene di solito auspica questo declino. Inoltre non è una novità recente dell’estrema destra nostalgica o della sinistra terzomondista a oltranza, ma affonda le radici nella critica antimoderna sorta in Europa alla fine dell’Ottocento, una reazione profonda e viscerale all’irrompere della civiltà industriale. Parallelamente al miglioramento delle condizioni materiali di vita, la modernità – con le sue fabbriche, le grandi città, la mobilità sociale e geografica, la tecnica – ha prodotto anche un diffuso senso di spaesamento. Da qui la costruzione di un mito: quello di un passato premoderno immaginato come armonico in cui gli uomini avrebbero vissuto in equilibrio con sé stessi, con la comunità e con la natura prima che tutto venisse infranto dalla modernità alienante.

A fine Ottocento questa critica assunse prevalentemente tinte socialmente reazionarie, clericali e anti-istituzionali. Romantici decadenti, wagneriani, teorici delle razze, neopagani, clericali e nazionalisti, ma anche settori del socialismo populista antiparlamentare, condividevano l’idea di fondo che l’Occidente fosse malato, corrotto, in declino. Da questa diagnosi discendevano due possibili esiti: l’Occidente andava affossato, perché irrimediabilmente corrotto, oppure andava salvato attraverso una palingenesi radicale. Questo secondo prese spesso la forma di un immaginario apocalittico, in cui la distruzione era vista come premessa necessaria di una rinascita. Non è un caso che versioni diverse di questo schema abbiano giocato un ruolo rilevante sia nell’immaginario nazista sia in quello comunista. D’altronde, se è vero che fino alla seconda guerra mondiale il pensiero del declino trovò soprattutto a destra il suo terreno di elezione, non rimase però confinato lì, attraversando ampi settori della sinistra anti-istituzionale e populista accomunati anch’essi dall’ostilità verso il liberalismo, il parlamentarismo e la società aperta. La modernità era percepita come un complotto, un artificio, una deviazione innaturale da un ordine autentico perduto.

Oggi questa costellazione di idee riemerge, con linguaggi aggiornati, nei detrattori dell’Occidente dall’interno, che descrivono la civiltà europea e occidentale come sinonimo di contraddizione, corruzione morale, violenza, oppressione coloniale, e dunque come un blocco da condannare in toto, senza distinzioni: una storia sbagliata da cancellare. Anche qui alla diagnosi di declino si accompagna un pensiero apocalittico che non mira a riformare e migliorare ma esclusivamente a distruggere. E anche qui, se c’è una decadenza, deve esserci senz’altro un responsabile.

Gli ebrei. E chi sennò? Alla fine dell’Ottocento gli ebrei erano accusati di essere gli agenti della modernità: incarnazione del denaro, del movimento di beni e persone, della mobilità sociale, della civiltà industriale e delle ideologie che la accompagnavano. Oggi a sinistra, laddove domina la visione intersezionale dogmatica che scinde il mondo in buoni e cattivi per natura – con tutto ciò che viene collegato alla modernità occidentale inserito nel campo dei secondi – gli ebrei sono rappresentati come la quintessenza dell’Occidente prevaricatore e imperialista. Che poi talvolta al target “ebrei” venga dato un altro nome – “Israele” – non fa naturalmente nessuna differenza. È ovvio che si tratti di una costruzione immaginaria, che non ha nulla a che fare con la vita concreta degli ebrei reali e dice invece molto di chi li odia. Ma è altrettanto ovvio che, come in passato, anche oggi questa visione produce sulle sue vittime fin troppo concreti: isolamento, censura e autocensura, violenza simbolica e fisica.

La continuità tra la critica antimoderna ottocentesca e quella odierna sta nell’ossessione per la decadenza e nella ricerca dei suoi presunti artefici. Cambia il lessico, non le strutture profonde del discorso. L’ossessione per il “declino dell’Occidente” fa degli attuali alfieri di Hamas, Khamenei, Putin e Maduro i compagni di viaggio di chi appena un secolo fa parlava di sangue e suolo, razze superiori e inferiori e agenti della modernità corruttrice da annientare.


L’ossessione del “declino”
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