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Los amigos italianos. Quando Caracas sembrava lontana

Chi ha difeso Chávez e Maduro per anni, tra ideologia, antiamericanismo e cecità politica.

Daniele Scalise

Tempo di Lettura: 4 min
Los amigos italianos. Quando Caracas sembrava lontana

In Italia il chavismo non è mai stato solo un fenomeno sudamericano. Per oltre vent’anni Hugo Chávez prima e Nicolás Maduro poi, hanno goduto di una rete di simpatie, giustificazioni e vere e proprie difese politiche che attraversava partiti, movimenti, intellettuali e pezzi dell’informazione. Non si è trattato di un sostegno episodico, ma di una fedeltà ideologica tenace, impermeabile ai fatti.

Il primo grande referente simbolico è stato Hugo Chávez. Il suo socialismo bolivariano è stato spesso e molto volentieri, raccontato come riscatto dei poveri, alternativa morale al neoliberismo, vendetta storica contro l’imperialismo statunitense. In questa cornice si muovevano settori della sinistra radicale italiana, in particolare Rifondazione Comunista, che vedevano nel Venezuela chavista un laboratorio politico da difendere a prescindere. Le sudate delegazioni a Caracas, i commossi comunicati di solidarietà, i resoconti eccitati delle “missiones” sociali facevano parte di un lessico militante che ignorava sistematicamente e volutamente la deriva autoritaria.

Accanto ai partiti, c’era un mondo movimentista più fluido popolato di centri sociali, associazioni “antimperialiste” e reti no-global. Qui Chávez era diventato un’icona pop, un leader che parlava come il popolo e contro il potere globale. Il fatto che, nel frattempo, stesse smantellando contrappesi istituzionali e colonizzando l’esercito veniva liquidato come propaganda occidentale.

Quando Chávez morto ed è salito sul trono Nicolás Maduro, il riflesso condizionato non è cambiato di un millimetro. Semmai si è irrigidito. Maduro, molto meno carismatico e molto più brutale, è stato difeso in nome della continuità rivoluzionaria. In Italia, il sostegno si è spostato progressivamente da un’adesione entusiasta a una giustificazione difensiva: la colpa del collasso economico non era da intestare al regime, ma alle sanzioni. Ma quale dittatura e dittatura! Si trattava di resistenza. Repressione? Ma che dite? E’ solo una legittima risposta alle aggressioni esterne.

Schema adottato da ampi settori del Movimento 5 Stelle delle origini, soprattutto nella fase più marcata da un antiamericanismo viscerale e da una diffidenza sistematica verso le democrazie liberali. Figure parlamentari e portavoce mediatici evitavano accuratamente di condannare Maduro, preferendo parlare di “narrazioni a senso unico” e di “doppie morali”. Tanto per cambiare. Il Venezuela diventava così un caso da relativizzare, mai da giudicare.

Un ruolo non secondario lo hanno avuto alcuni intellettuali e commentatori, spesso presenti in talk show e giornali, che per anni hanno presentato il chavismo come una democrazia imperfetta ma pur sempre legittima. Ogni denuncia sulle violazioni dei diritti umani veniva accolta con scetticismo, quando non derubricata a strumento della CIA. L’argomento era sempre lo stesso: l’Occidente non ha titolo per giudicare. Un principio che, applicato con coerenza, assolve qualsiasi regime purché si dichiari “antiamericano”.

Nel campo della sinistra più istituzionale, il sostegno è stato un poco meno esplicito ma non meno significativo. Silenzi, ambiguità, prese di distanza tardive. Per anni il Partito Democratico ha evitato di rompere apertamente con il chavismo, temendo di alienarsi una parte del proprio elettorato più ideologizzato. Anche quando la crisi venezuelana esplodeva in tutta la sua gravità, le parole restavano caute, prudenti, spesso evasive.

Il dato politico, oggi, è chiaro: chi in Italia ha difeso Chávez e Maduro lo ha fatto più per riflesso ideologico che per analisi. Il Venezuela non veniva osservato per ciò che era, ma usato come specchio polemico contro l’Occidente. Poco importava se milioni di persone fuggivano disperati, se l’economia collassava, se il dissenso veniva represso spietatamente. L’importante era non “fare il gioco dell’imperialismo”. Roba che non si sentiva dagli anni Settanta del secolo scorso.

La cattura di Maduro e la fine del suo potere hanno lasciato queste posizioni senza appigli. Restano dichiarazioni imbarazzate, rimozioni e soprattutto molti, troppi silenzi. Ma una domanda rimane sospesa: quanto ha pesato, anche in Italia, questa lunga indulgenza verso un autoritarismo travestito da rivoluzione? Non è una questione venezuelana. È una questione di responsabilità politica e culturale, tutta nostra.


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