La città di Lione ha deciso di conferire la cittadinanza d’onore 2025 a Hussam Abu Safiya, medico palestinese e direttore dell’ospedale Kamal-Adwan nel nord della Striscia di Gaza. Una scelta presentata come omaggio al coraggio umanitario, ma che in poche ore si è trasformata in un caso politico di portata nazionale. Non per un equivoco marginale, bensì per una questione di fondo: il profilo pubblico dell’uomo premiato e le sue posizioni apertamente allineate con Hamas.
La polemica è esplosa dopo l’intervento durissimo della deputata Caroline Yadan, che ha parlato senza mezzi termini di “faute morale” e di “vergogna politica”. Parole pesanti, ma difficili da liquidare come polemica di parte. Perché il punto non è l’attività medica in sé, né la drammatica situazione degli ospedali di Gaza. Il punto è che Abu Safiya è tutt’altro che una figura neutra. Stiamo parlando di un personaggio che, sui social, ha espresso ammirazione per l’attacco del 7 ottobre, utilizzando un linguaggio religioso che legittima la violenza e la trasforma in atto divino.
A rendere la vicenda ancora più imbarazzante è il fatto che queste posizioni fossero note. A ricordarlo è stato Vincent Chebat, dirigente di NGO Monitor, citando un post pubblicato da Abu Safiya il 9 ottobre 2023, due giorni dopo il massacro in Israele. Un testo che esulta per la “punizione divina” inflitta alle vittime, presentate come colpite da un destino meritato. Non una frase estrapolata, ma un messaggio chiaro, pubblico, inequivocabile.
È qui che la scelta della municipalità lionese smette di essere ingenua e diventa politica. Conferire una cittadinanza d’onore significa attribuire un valore simbolico, indicare un modello, dire qualcosa su chi siamo e su cosa riteniamo degno di riconoscimento. In questo caso, il messaggio che passa è devastante: si può sostenere, giustificare o glorificare un’organizzazione terroristica come Hamas e, allo stesso tempo, essere celebrati come paladini dei diritti umani.
Il sindaco Grégory Doucet, per ora, tace. Nessuna presa di distanza e nessun chiarimento pubblico. Un silenzio che pesa più di molte dichiarazioni, perché lascia intendere che la decisione sia stata assunta consapevolmente, o quantomeno senza ritenere problematico il contesto ideologico del premiato.
Il caso di Lione non è del resto isolato ma è l’ennesimo episodio di una deriva occidentale che confonde l’umanitarismo con l’assoluzione politica, la compassione con la rimozione morale. In nome dei diritti umani, si finisce per legittimare chi quei diritti li nega apertamente, purché lo faccia contro il nemico “giusto”. Il terrorismo viene ripulito, riformulato e travestito da legittimo ed encomiabile atto resistenziale. E chi osa farlo notare viene accusato di strumentalizzare il dolore.
Ma qui non c’è nessuna strumentalizzazione. La domanda da farsi è semplice e brutale: può una città europea onorare una figura che ha celebrato un pogrom antiebraico senza macchiarsi, essa stessa, di una responsabilità morale? La risposta, per molti, è già evidente. E il danno, simbolico e politico, rischia di essere ben più duraturo della polemica di questi giorni.
L’onore capovolto di Lione
L’onore capovolto di Lione