La decisione dell’Alta Corte britannica di dichiarare illegittimo il provvedimento con cui il governo aveva messo al bando Palestine Action come organizzazione terroristica costringe il Regno Unito a interrogarsi sul rapporto tra sicurezza nazionale e libertà civili. I giudici hanno stabilito che la scelta dell’esecutivo è stata sproporzionata rispetto alla “natura e al grado” delle attività del gruppo, pur lasciando temporaneamente in vigore il divieto in attesa dell’appello annunciato dal governo.
Il caso nasce dopo l’irruzione di attivisti, nel giugno 2025, all’interno di una base della Royal Air Force, dove due velivoli furono danneggiati per un valore stimato in milioni di sterline. L’azione, rivendicata come protesta contro il sostegno militare britannico a Israele durante la guerra a Gaza, aveva spinto l’esecutivo a includere Palestine Action nell’elenco delle organizzazioni proibite ai sensi della legislazione antiterrorismo, affiancandola a gruppi come al-Qaeda e Hamas. Da quel momento, l’appartenenza o il semplice sostegno al movimento erano diventati reati punibili con pene fino a quattordici anni di carcere, e oltre duemila persone sono state arrestate durante manifestazioni nelle quali comparivano cartelli di solidarietà.
La Corte, pur riconoscendo (bontà loro) che alcune azioni del gruppo hanno avuto carattere violento e che non si tratta di una forma ordinaria di protesta civile, ha ritenuto che il livello di attività non raggiungesse la soglia richiesta per una qualificazione come terrorismo. È un passaggio che non assolve politicamente il movimento, ma delimita giuridicamente l’uso di uno strumento che nel Regno Unito è sempre stato considerato estremo. Il governo, attraverso la ministra dell’Interno Shabana Mahmood, ha già annunciato ricorso, sostenendo che la decisione di proscrizione era stata fondata su un’analisi approfondita e approvata dal Parlamento.
Sul piano sociale e politico, la sentenza ha prodotto reazioni divergenti. Le organizzazioni per i diritti civili hanno parlato di un segnale importante a tutela della libertà di espressione, mentre rappresentanti della comunità ebraica britannica hanno espresso forte preoccupazione, sottolineando che alcune azioni di Palestine Action hanno colpito edifici legati a istituzioni ebraiche o imprese connesse a Israele, generando un clima di intimidazione ben oltre i siti direttamente interessati dalle proteste. La questione, dunque, non si esaurisce in una disputa procedurale, ma investe il modo in cui una democrazia liberale definisce i propri limiti.
C’è un elemento che rende il dibattito particolarmente delicato, perché negli ultimi anni il Regno Unito ha ampliato in modo significativo gli strumenti a disposizione delle autorità per contrastare minacce percepite come interne. Se l’etichetta di terrorismo viene applicata a un gruppo che pratica azioni di sabotaggio e incursioni in siti industriali, pur senza essere strutturato come organizzazione armata clandestina su larga scala, si apre una zona grigia nella quale la linea di demarcazione tra dissenso radicale e minaccia terroristica rischia di diventare incerta.
La decisione dei giudici non cancella le responsabilità penali individuali, che restano perseguibili secondo il diritto ordinario, ma invita il governo a calibrare con maggiore precisione la risposta istituzionale. Nel frattempo, la Metropolitan Police ha annunciato che non procederà ad arresti automatici per chi esprima sostegno al gruppo, pur continuando a raccogliere elementi utili per eventuali azioni future.
La vicenda non è chiusa e l’appello potrebbe ribaltare l’esito, tuttavia il segnale lanciato dall’Alta Corte è chiaro. In una fase storica segnata da tensioni identitarie e conflitti globali che si riflettono nelle piazze europee, la tentazione di ricorrere a strumenti eccezionali è forte, ma proprio in questi momenti si misura la tenuta delle istituzioni democratiche. Il Regno Unito si trova ora davanti a un bivio che non riguarda soltanto un movimento di protesta, bensì l’equilibrio tra protezione della sicurezza e salvaguardia delle libertà fondamentali.
Londra tra sicurezza e libertà

