Una targa nuova, poche parole, una cerimonia spiccia, al limite dell’imbarazzo. A Londra la missione diplomatica palestinese è diventata ufficialmente un’ambasciata. Sul portone campeggia ora la scritta “Embassy of the State of Palestine”, svelata dall’ambasciatore Husam Zomlot alla presenza di funzionari del Foreign Office e di membri del corpo diplomatico britannico. Il gesto vuole essere sobrio, ma il significato politico è tutt’altro che marginale.
L’upgrade formale segue la decisione del governo britannico di riconoscere lo Stato di Palestina, una svolta che a Londra viene presentata come un tentativo di salvare la prospettiva dei due Stati in un momento in cui quella soluzione appare sempre più fragile, se non del tutto evaporata. Un cambio di linea che segna una discontinuità rispetto alla tradizionale prudenza britannica, ma che arriva accompagnato da una serie di paletti politici che cercano di coprire le pudenda.
Nel comunicato ufficiale, il Regno Unito ha infatti ribadito che Hamas deve rilasciare immediatamente tutti gli ostaggi e che non potrà avere alcun ruolo futuro nel governo di Gaza. Una precisazione inserita per chiarire che il riconoscimento palestinese non equivale a una legittimazione dell’organizzazione islamista. È il tentativo di tenere insieme due piani che in Europa tendono sempre più a sovrapporsi: il sostegno alla causa nazionale palestinese e la condanna di Hamas come attore politico e militare.
A guidare la nuova ambasciata è Husam Zomlot, figura di primo piano della diplomazia palestinese. Zomlot ha un profilo noto anche a Washington, dove ha rappresentato l’Autorità Palestinese fino al 2018, quando l’amministrazione Trump revocò il suo visto, congelando di fatto i canali diplomatici con i palestinesi. Oggi riappare al centro di una scena europea che sembra voler recuperare spazio politico dopo mesi di posizionamenti spesso contraddittori sulla guerra di Gaza.
Ma il passaggio da missione a ambasciata non può essere considerata solo una questione simbolica. Sul piano del diritto e della prassi diplomatica, sancisce un riconoscimento pieno, rafforza la legittimità internazionale dell’Autorità Palestinese e manda un segnale chiaro anche ad altri Paesi europei. Londra, in questo senso, rompe un equilibrio che durava da anni e lo fa assumendosi un rischio politico le cui conseguenze potrebbero essere gravi, soprattutto per il Regno Unito.
Il governo britannico cerca di presentare la mossa come parte di una strategia più ampia: tenere aperto un orizzonte politico mentre il conflitto continua a produrre onde d’urto ben oltre il Medio Oriente. La scelta è a dir poco ambigua. Riconoscere lo Stato di Palestina mentre Gaza resta un territorio devastato e senza una governance credibile significa scommettere su un futuro che, al momento, esiste più nei documenti che nella realtà.
La cerimonia di Londra, per quanto breve, racconta proprio questo scarto. Da un lato il linguaggio della diplomazia, le targhe e le formule ufficiali. Dall’altro una realtà regionale segnata da un vuoto politico che nessuno sembra in grado di colmare rapidamente. Il Regno Unito prova a rimettere ordine con un atto formale, ma sa bene che il riconoscimento, da solo, non crea uno Stato né tanto meno risolve un conflitto.
Resta però il segnale. Londra sceglie di muoversi, di uscire dall’attesa, di rimettere la questione palestinese dentro un perimetro statuale riconosciuto. Con una clausola implicita, che è quella che la Palestina che viene riconosciuta non è quella di Hamas. L’illusione continua. E ora ha preso le forme di una fanta-diplomazia. God save the King, ma anche i suoi cittadini.
Londra riconosce la Palestina, ma alza il prezzo politico
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