A Westminster si discute di introdurre una definizione ufficiale di islamofobia, o come preferisce il governo laburista di “ostilità anti-musulmana”. L’obiettivo dichiarato è rafforzare la lotta ai crimini d’odio, benché il Regno Unito disponga già di strumenti come il Public Order Act e il Racial and Religious Hatred Act per punire l’incitamento alla violenza religiosa. Il punto, però e non prendiamoci in giro, è tutt’altro che tecnico ma strettamente politico. E lo è perché riguarda la direzione in cui si sta spostando il baricentro del dibattito pubblico britannico.
I reati contro cittadini musulmani sono cresciuti, lo dicono i dati del ministero dell’Interno, e nessuno serio può liquidare il problema con un’alzata di spalle. Ma insieme alla richiesta di maggiore tutela si fa strada una domanda più inquieta: dove finisce la protezione delle persone e dove comincia la protezione delle idee? Perché se la definizione diventa elastica, se ingloba anche la critica all’islamismo politico che come sappiamo è diventato radicale e nazistoide, pronto ad armare non solo verbalmente le persone, allora il confine si fa scivoloso e il dissenso rischia di trasformarsi in sospetto.
Dopo il 7 ottobre e la guerra a Gaza, il Regno Unito ha visto anche un’impennata di antisemitismo documentata dal Community Security Trust. In questo clima teso, l’introduzione di una nuova categoria simbolicamente forte solleva un’altra questione che vediamo se possiamo esprimere così: si riuscirà a mantenere un equilibrio reale tra le diverse forme di odio, oppure si alimenterà la sensazione di un doppio standard, in cui alcune sensibilità ricevono un’attenzione istituzionale più sollecita di altre?
La tradizione liberale britannica ha sempre difeso il diritto di criticare dottrine religiose e progetti politici, anche in modo duro, purché non si inciti alla violenza contro le persone. L’islamismo politico, come qualunque ideologia che ambisca a organizzare la società secondo principi religiosi, dovrebbe restare dentro questo spazio di confronto. Se invece finisce sotto tutela semantica, il dibattito si restringe senza bisogno di nuove leggi penali: basta un clima, basta un’etichetta.
Il governo assicura che non nasceranno nuovi reati. Può darsi, ma le definizioni, una volta entrate nel lessico istituzionale, cambiano le prassi, orientano le interpretazioni e – lo vediamo bene ogni giorno – modellano l’autocensura. È così che nascono i tabù moderni: non con un divieto scritto a caratteri cubitali, bensì con una formula apparentemente neutra che, nel tempo, delimita ciò che si può dire e ciò che conviene non dire.
La sfida è proteggere cittadini musulmani da discriminazioni reali senza concedere immunità preventiva a un sistema di idee. Se Londra confonde i due piani, non avrà solo creato una definizione in più ma avrà alzato una nuova linea rossa nel cuore della sua stessa tradizione liberale. E, lo ripeteremo fino alla nausea, quando una democrazia comincia ad avere paura delle parole, di solito il problema non è chi parla, ma chi decide cosa non si deve più dire.
Londra e il nuovo tabù
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