Che una scuola diventi il luogo in cui si canta la promessa di un massacro non è solo uno scandalo educativo, ma un segnale politico che riguarda l’intero Paese. A Londra, nel quartiere di Maida Vale, la Islamic Republic of Iran School è finita al centro di una bufera dopo la diffusione di un video che mostra bambini intenti a cantare “Hail, Commander”, un inno legato all’ideologia del regime iraniano e alla figura del Mahdi, il cosiddetto Imam nascosto, la cui venuta, secondo questa visione escatologica, coinciderebbe con l’eliminazione degli ebrei come passaggio necessario alla redenzione del mondo. Non si tratta di un dettaglio dottrinale per specialisti, ma di un messaggio netto, scandito da voci infantili, che parla di fedeltà, sacrificio e disponibilità a morire per una causa.
Il nome dell’istituto, del resto, non lascia spazio a grandi ambiguità e racconta un’impronta ideologica chiara, che negli anni si è intrecciata con problemi strutturali e amministrativi già noti alle autorità britanniche. Dal 2016 le ispezioni hanno ripetutamente giudicato la scuola inadeguata, segnalando carenze nella sicurezza, nella formazione del personale e nella tutela degli studenti. L’ultimo rapporto dell’Ofsted, pubblicato nell’ottobre scorso, parla senza giri di parole di sistemi di protezione inefficaci e di una dirigenza che non ha garantito una preparazione aggiornata su temi cruciali come la prevenzione dell’estremismo. A questo si aggiungono episodi che raccontano un clima educativo approssimativo, come la presenza in biblioteca di libri con contenuti inadatti all’età degli alunni, mescolati a testi destinati a bambini della scuola primaria.
Il canto incriminato non è un semplice brano folkloristico, ma un prodotto di propaganda ben noto, che evoca un esercito mitico di 313 combattenti pronti a seguire il Mahdi e contiene versi in cui i bambini dichiarano fedeltà al leader, affermano di non essere troppo giovani per rispondere alla chiamata e si dicono pronti a dare la propria vita. La diffusione del video, portata all’attenzione pubblica dal Jewish Chronicle, ha fatto scattare l’intervento della divisione contro l’estremismo del Dipartimento per l’Istruzione, anche se la registrazione risaliva già al 2022.
Il contesto internazionale ha contribuito a riaccendere l’attenzione sul caso. La repressione sempre più brutale delle proteste in Iran e il ruolo del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica hanno spinto esponenti politici e organizzazioni ebraiche a chiedere un’azione più decisa contro un istituto percepito come una cassa di risonanza della propaganda di Teheran. Kasra Aarabi, analista e direttore della ricerca sull’IRGC per United Against Nuclear Iran, ha parlato apertamente di indottrinamento, ricordando che l’inno cantato dai bambini è legato a un’organizzazione che pianifica attentati anche sul suolo britannico, con decine di complotti sventati negli ultimi anni.
Le reazioni politiche non si sono fatte attendere. L’ex ministra dell’Interno Priti Patel ha definito le accuse estremamente allarmanti e ha invitato il governo a intervenire per impedire che il regime iraniano diffonda la propria ideologia nel Regno Unito attraverso strutture educative. Il punto, tuttavia, va oltre il singolo istituto e tocca una questione più ampia, che riguarda il confine tra libertà religiosa, pluralismo e tolleranza verso messaggi che incitano all’odio e alla violenza.
Il caso della Islamic Republic of Iran School mette a nudo una fragilità profonda del sistema di controllo, che per anni ha registrato segnali d’allarme senza riuscire a tradurli in una risposta efficace. Quando l’educazione diventa veicolo di propaganda estremista e quando bambini vengono coinvolti in rituali che normalizzano l’idea di un nemico da eliminare, non si è più nel terreno delle differenze culturali, ma in quello della responsabilità dello Stato. Ignorarlo o minimizzarlo significa accettare che l’odio possa crescere in silenzio, tra i banchi di scuola, con conseguenze che nessuna società dovrebbe permettersi di sottovalutare.
Londra, bambini e propaganda. A lezione di odio

