Negli ultimi mesi l’America Latina è diventata uno dei terreni più dinamici della diplomazia israeliana, complice una serie di cambiamenti politici che stanno spostando l’asse del continente verso governi conservatori, più inclini a riallacciare o rafforzare i rapporti con Gerusalemme. Non si tratta di un fenomeno improvviso né uniforme, ma di una convergenza di fattori che sta aprendo a Israele uno spazio d’azione che per anni era rimasto ristretto, se non apertamente ostile, soprattutto nei Paesi guidati da sinistre ideologiche e fortemente allineate al fronte anti-occidentale.
Dal punto di vista israeliano, come ha spiegato Amir Ofek, vicedirettore generale per l’America Latina al Ministero degli Esteri, si sta accumulando una serie di mutamenti significativi che impongono una risposta rapida e coordinata. La diplomazia di Gerusalemme ha colto la finestra di opportunità aperta da nuove leadership che cercano legittimazione internazionale, investimenti e un riallineamento strategico con gli Stati Uniti e con l’Occidente più in generale. In questo quadro, Israele appare come un partner naturale, capace di offrire cooperazione tecnologica, sicurezza e accesso a reti politiche globali.
Alcuni segnali sono stati particolarmente evidenti. Il ripristino delle relazioni con la Bolivia dopo l’uscita di scena di un lungo ciclo socialista, il cambio di clima in Cile, l’apertura immediata del nuovo governo in Honduras, che ha accettato senza esitazioni le credenziali dell’ambasciatore israeliano, indicano una tendenza regionale che va oltre i singoli casi. A questi si aggiungono Paesi già storicamente vicini a Israele, come Paraguay e Argentina, che hanno scelto di rafforzare ulteriormente i legami, anche se non senza cautele e aggiustamenti tattici.
Il caso argentino è emblematico. Il presidente Javier Milei ha adottato una linea apertamente filo-israeliana, lanciando iniziative simboliche e politiche per avvicinare Buenos Aires a Gerusalemme, pur mantenendo una prudenza necessaria su dossier sensibili come quello delle Falkland. Una scelta che mostra come l’avvicinamento a Israele non sia solo ideologico, ma inserito in un calcolo più ampio di posizionamento internazionale.
Dietro questa accelerazione diplomatica c’è anche una dimensione strategica più ampia, legata al contenimento dell’influenza iraniana nel continente. Teheran continua a coltivare relazioni strette con Paesi come Venezuela, Cuba e Nicaragua, utilizzando reti economiche e politiche che includono anche strutture riconducibili a Hezbollah. Per Israele, l’America Latina è quindi un fronte indiretto ma rilevante, dove il rafforzamento di alleanze può tradursi in un maggiore coordinamento nei consessi internazionali e in una pressione condivisa contro le attività iraniane legate al terrorismo e al narcotraffico.
In questo sforzo, la cooperazione con Stati Uniti resta centrale. Gerusalemme e Washington lavorano in sintonia per incoraggiare governi latinoamericani a prendere le distanze da Teheran, anche attraverso misure concrete come la designazione di organizzazioni terroristiche e l’espulsione di agenti iraniani. Non è un caso che molte di queste aperture avvengano in parallelo a una rinnovata attenzione americana verso quello che resta il suo tradizionale spazio d’influenza.
Accanto alla dimensione politica e di sicurezza, c’è poi l’elemento forse più attrattivo per i governi latinoamericani, quello tecnologico. Israele offre competenze avanzate in settori cruciali come l’agricoltura, la gestione dell’acqua, la sicurezza alimentare, la cybersicurezza e l’innovazione applicata. In Paesi alle prese con cambiamenti climatici, crisi idriche e fragilità infrastrutturali, questo valore aggiunto è percepito come immediatamente spendibile, al di là delle affinità ideologiche.
Naturalmente, l’onda blu non ha travolto l’intero continente. In Brasile, il presidente Lula mantiene una linea duramente critica verso Israele, arrivando a usare un linguaggio che ha portato a una rottura diplomatica senza precedenti. Anche in Colombia e in altri Paesi la situazione resta fluida e legata a prossime scadenze elettorali, mentre Cuba e Nicaragua rimangono saldamente ancorate a un fronte anti-occidentale.
Nel complesso, ciò che emerge è un’America Latina meno monolitica e più attraversata da oscillazioni politiche che incidono direttamente sui rapporti con Israele. Per Gerusalemme, la sfida sarà trasformare questa fase favorevole in relazioni strutturate e durature, evitando di legare tutto a cicli elettorali spesso instabili. L’onda blu offre un’opportunità reale, ma anche fragile, che richiede continuità diplomatica e una capacità di leggere il continente nella sua complessità, senza cedere all’illusione che un cambio di colore politico basti da solo a garantire alleanze solide nel tempo.
L’onda blu in America Latina e la scommessa israeliana

