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L’odio per gli ebrei

Antisemitismo, antigiudaismo, antisionismo

Marco Cassuto Morselli

Tempo di Lettura: 6 min
L’odio per gli ebrei

Il termine antisemitismo compare per la prima volta nell’opuscolo Der Sieg des Judenthums über das Germanenthum – Vom nichtconfessionellen Standpunkt aus betrachtet (La vittoria del Giudaismo sul Germanesimo – considerata da un punto di vista non confessionale) pubblicato a Berlino nel 1879 dal giornalista Wilhelm Marr (1819-1904), il quale coniò il termine come alternativa a Judenhass («odio per gli ebrei»). L’anno seguente l’opuscolo venne ripubblicato con un titolo modificato: Der Weg vom Siege des Germanenthums über das Judenthum (La via per la vittoria del Germanesimo sul Giudaismo): il primo titolo segnalava il problema, il secondo il modo per risolverlo.

Il titolo, in entrambe le formulazioni, contrapponeva gli ebrei ai tedeschi; il testo descrive un contrasto insormontabile ed eterno tra due “razze”: gli ebrei sarebbero “stranieri orientali” appartenenti a una “razza semitica”. Definendo gli ebrei come semiti, egli attribuì un significato razzista a un termine originariamente riferito a una famiglia linguistica. Nella sua visione, la legge religiosa degli ebrei richiederebbe l’ostilità verso tutti i non ebrei; la loro intrinseca “forza distruttiva” avrebbe causato nell’antichità continui conflitti con i popoli vicini, e in seguito una continua lotta culturale tra gli ebrei dispersi e i popoli europei. Essendo pigri, ma astuti e abili negli affari, avrebbero ottenuto il dominio sull’economia grazie alla loro concentrazione urbana, il che avrebbe generato l’odio medievale verso gli ebrei. Nella modernità il loro isolamento esclusivista, le transazioni finanziarie e il fanatismo teocratico avrebbero causato una “giudaizzazione” della Germanicità e lo “spirito ebraico” avrebbe conquistato il mondo. Da qui la necessità di trovare una strada per assicurare la vittoria del Germanesimo sul Giudaismo.

Marr era stato influenzato dal pangermanismo, che si proponeva di creare uno Stato unificato da tutti i territori abitati dal Volk e rifiutava la partecipazione degli ebrei e delle altre minoranze non tedesche a meno che non dimostrassero di voler sviluppare in se stessi uno spirito Cristiano-Germanico. Alcuni, più moderati, concedevano la possibilità che le minoranze partecipassero allo Stato tedesco a patto di abbandonare tutti i segni distintivi di appartenenza etnica e religiosa e di essere completamente assimilate, ma Marr negò la possibilità che gli ebrei potessero diventare tedeschi tramite l’assimilazione.

Essendo un conflitto “razziale”, la lotta tra ebrei e tedeschi si sarebbe risolta solo con la vittoria di una delle parti e la sconfitta definitiva dell’altra. Una vittoria ebraica, concludeva Marr, avrebbe avuto come conseguenza la finis Germaniae. Per impedire che ciò si verificasse, nello stesso anno Marr fondò nel 1879 la Lega Antisemita (Antisemiten-Liga), la prima organizzazione tedesca impegnata specificamente nel combattere la pretesa minaccia posta alla Germania dagli ebrei, e che sosteneva la loro rimozione forzata dal Paese.

Negli ultimi anni della sua vita Wilhelm Marr ripudiò, nel suo Testament eines Anti-Semiten, l’idea che la questione ebraica fosse “l’alfa e l’omega della storia”. Tuttavia fu lui a introdurre una componente razziale pseudo-scientifica nel dibattito sugli ebrei in Germania, il che avrebbe avuto nel Novecento le conseguenze che sappiamo.

Le conseguenze dell’aver spostato la questione dello Judenhass dall’ambito religioso a quello “razziale” non si sono però esaurite con il secolo scorso, ma durano fino ai nostri giorni: anche se sappiamo che le razze non esistono, e che non esiste una razza ebraica, tuttavia continuiamo a utilizzare il termine antisemitismo, che in quel contesto è sorto. Inoltre, nonostante l’etimologia, tale termine non si riferisce all’odio nei confronti dei “popoli semiti” (cioè quelli che parlano lingue appartenenti al gruppo semitico, quali l’arabo, l’ebraico, l’aramaico e l’amarico), ma unicamente all’odio e alla discriminazione nei confronti degli ebrei.

Benché molto diffuso e difficilmente sostituibile, il termine antisemitismo comporta rischi di fraintendimento e per questo sarebbe preferibile distinguere un antigiudaismo di matrice religiosa, un antiebraismo di tipo economico-sociale, un altro ancora di natura politica. Tali fenomeni sono differenti, anche se spesso interconnessi tra loro.

Se si considera il termine antisemitismo solo nella sua variante razzista, è evidente che qualcuno che non sia razzista non può essere antisemita. Ma ragionando in questo modo non si riesce a venire a capo del problema. Per secoli la Cristianità ha considerato gli ebrei responsabili del terribile crimine del deicidio: a ben vedere non si tratta di un’accusa razzista, ma questo non ha reso l’accusa meno dannosa e gravida di conseguenze. Accusare gli ebrei di controllare la finanza internazionale e il mondo dell’informazione: anche in questo caso la razza non c’entra, ma l’odio per gli ebrei sì. E cosa dire dell’antisionismo? È una forma di antisemitismo oppure no? Per affrontare tale questione dobbiamo prima chiederci che cosa sia il sionismo.

Il sionismo è il movimento per l’autodeterminazione politica del popolo ebraico, che ha portato nel 1948 alla nascita dello Stato d’Israele. Criticare il governo israeliano per una sua decisione vuol dire essere antisionisti? Evidentemente no. Non riconoscere al popolo ebraico il diritto alla propria vita nazionale invece sì.

Prima della nascita dello Stato d’Israele c’erano degli ebrei sionisti e degli ebrei antisionisti: erano opzioni lecite. Essere antisionisti oggi significa volere la distruzione di uno Stato, non perfetto, ma democratico, che ha quasi 10.000.000 di cittadini. Un obiettivo non legittimo.

La Cristianità è stata perlopiù contraria al sionismo e alla nascita dello Stato d’Israele, inizialmente con motivazioni religiose legate al non riconoscimento della messianicità di Gesù. Solo nel 1994 sono iniziate relazioni diplomatiche tra Israele e la Santa Sede. Ma sentimenti anti-israeliani sono ancora largamente diffusi, a iniziare dalla preferenza a non utilizzare il nome Israele e sostituirlo con Terra Santa.

A livello religioso inoltre va tenuto presente che non esiste una Chiesa d’Israele e i tentativi di inculturazione sono assai scarsi – a differenza di quanto avviene in qualsiasi altra parte del mondo. Tralasciamo per il momento l’altro lato del problema – ossia che questo non è considerato un problema per la maggioranza degli israeliani, che al contrario temerebbero la presenza di una Chiesa più presente nella realtà del Paese, considerandola più insidiosa per i pericoli legati alla conversione.


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