C’era una volta il medico di Gaza che parlava al mondo dalle pagine del New York Times, con il tono grave del testimone e l’aura dell’umanitario perseguitato. Si chiamava Hussam Abu Safiya e accusava Israele di ogni nefandezza immaginabile, comodamente seduto in limousine, coccolato dai salotti giusti, applaudito dalla East Coast liberal che ama le cause lontane purché non sporchino il tappeto di casa. Una storia perfetta. Talmente perfetta che, come spesso accade, era falsa.
Perché poi gratti, controlli, incroci due dati, e il medico miracoloso diventa altro. Non un sanitario sotto le bombe, ma un colonnello di Hamas. Proprio così: non un simpatizzante, non un “vicino all’organizzazione”, ma un ufficiale. Il diavolo fa le pentole, si dice, ma non i coperchi. E prima o poi il coperchio salta.
Nel frattempo, però, il personaggio aveva già incassato onori e legittimazioni. Addirittura la cittadinanza onoraria di Lione, concessa con zelo dal sindaco ecologista Grégory Doucet, uno di quelli sempre pronti a dare lezioni di morale globale, purché rigorosamente selettiva. Complimenti a Hamas per l’operazione, complimenti al sindaco per la leggerezza, e complimenti a tutti quelli che continuano a mescolare le carte prima ancora di averle guardate.
È lo stesso meccanismo che conosciamo bene: la propaganda travestita da testimonianza, il miliziano promosso a vittima, il terrorista ripulito e messo in vetrina come fonte credibile. Li abbiamo chiamati molte volte “inquinatori dei pozzi”. Gente che avvelena il dibattito pubblico, poi si allontana fischiettando quando l’acqua diventa imbevibile.
Ora, almeno, hanno una faccia. Resta da capire se abbiano anche uno specchio e il coraggio di usarlo. O se, più probabilmente, lo guardino senza battere ciglio. Il che, a ben vedere, è ancora peggio.
Lo specchio
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