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Lo Shabbat come ultimo spazio di libertà

Quando il tempo sacro diventa resistenza, anche nel buio di Gaza

Daniele Scalise

Tempo di Lettura: 4 min
Lo Shabbat come ultimo spazio di libertà

C’è un dettaglio, apparentemente marginale, che nel racconto di Omer Shem Tov illumina più di mille analisi geopolitiche ciò che significa essere stati ostaggi a Gaza. Non è un gesto eroico nel senso classico del termine, non è una fuga tentata e non è nemmeno una ribellione plateale contro i carcerieri di Hamas. È una scelta ostinata, silenziosa, ripetuta settimana dopo settimana, che riguarda il tempo e non lo spazio. Shem Tov ha deciso di osservare lo Shabbat anche in cattività, anche quando questo significava restare completamente al buio, rinunciando all’unica fonte di luce concessa, perché quel tempo non era negoziabile, nemmeno nelle condizioni più estreme.

Lo ha raccontato in una trasmissione televisiva israeliana, con un tono che alternava ironia e gravità, rispondendo alle domande dell’animatore che, quasi incredulo, gli chiedeva cosa volesse dire “osservare lo Shabbat” in un contesto simile. La risposta è stata semplice e spiazzante insieme. Ogni sabato, dall’inizio alla fine, nessun uso della luce. Anche quando l’oscurità diventava totale. Anche quando la paura si faceva più densa. Perché quello non era solo un precetto religioso, ma un modo per sottrarre qualcosa al controllo assoluto dei carcerieri, per affermare che non tutto poteva essere regolato, deciso, concesso o negato da chi teneva le chiavi.

Qui si tocca un punto che difficilmente un non ebreo, e chi scrive non lo è, riesce davvero a comprendere fino in fondo. La ritualità ebraica non è una sovrastruttura folcloristica, né un semplice insieme di regole per chi si definisce osservante. È una grammatica del tempo, un’architettura dell’esistenza che attraversa credenti e non credenti, praticanti rigorosi e persone lontane dalla sinagoga, perché stabilisce un ritmo, un confine, una differenza che non dipende dalle circostanze esterne. Lo Shabbat non è solo ciò che si fa o non si fa, ma ciò che si è, per ventiquattr’ore, anche quando tutto il resto crolla.

Nel contesto della prigionia, questo assume un valore drammatico. In cattività, ogni dimensione della vita viene sequestrata. Il corpo, il movimento, la parola, il sonno. Il tempo stesso diventa una materia informe, manipolata dai carcerieri, svuotata di riferimenti. Tenere lo Shabbat, in quelle condizioni, significa rimettere ordine dove l’ordine è stato deliberatamente distrutto. Significa dire che esiste ancora una settimana, che esiste ancora un prima e un dopo, che non tutto è riducibile a un eterno presente di paura.

Molti israeliani hanno riconosciuto immediatamente, in questo racconto, qualcosa che va oltre la singola esperienza personale. È un frammento che parla del trauma collettivo degli ostaggi, ma anche della società che li ha attesi, che continua a interrogarsi su ciò che hanno vissuto e su ciò che il loro ritorno comporta. Non solo in termini di sicurezza o di scelte politiche, ma di identità, di ferite profonde, di tenuta morale.

In altre testimonianze emerse in questi mesi, spesso raccolte in interviste lunghe, senza effetti speciali, torna lo stesso elemento. La necessità di aggrapparsi a piccoli gesti ripetuti, a preghiere sussurrate, a rituali minimi che diventano una forma di resistenza psicologica. Non perché garantiscano salvezza, ma perché impediscono la dissoluzione completa dell’io. Nel caso di Shem Tov, lo Shabbat è stato questo. Un confine invisibile che Hamas non è riuscito a violare. E dove, più che in qualsiasi altro luogo, Hamas ha perso la sua sordida battaglia.

Ed è forse proprio qui che il racconto colpisce più a fondo. Non nella dimensione religiosa in senso stretto, ma in quella umana. Nel ricordarci che, anche nel buio più fitto, esiste un modo per dire no. Non urlando, non colpendo, ma scegliendo di restare fedeli a qualcosa che precede e supera la violenza subita. In quel buio del sabato, Omer Shem Tov non era libero. Ma non era nemmeno del tutto prigioniero. Chi scrive gli è riconoscente perché gli ha insegnato che anche nelle peggiori condizioni, essere liberi è una categoria dell’anima e non del corpo.


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