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L’Iran prima dell’Iran

Rivoluzione, religione e potere

Setteottobre

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L’Iran prima dell’Iran

Per capire l’Iran di oggi bisogna fare un passo indietro e resistere alla tentazione più diffusa: leggerlo come una teocrazia irrazionale, dominata da fanatici religiosi. La Repubblica Islamica nasce invece da una rivoluzione modernissima, politica prima ancora che religiosa, e da una ferita storica che non si è mai rimarginata.

Nel 1979 il regime dello Shah crolla non solo perché autoritario, ma perché percepito come corpo estraneo, proiezione locale di interessi occidentali. La rivoluzione iraniana è, prima di tutto, una rivolta contro l’umiliazione, contro la dipendenza, contro l’idea di un Paese governato da élite scollegate dalla società. La religione sciita diventa il linguaggio comune di questa ribellione, non la sua unica causa. È il vocabolario che permette a classi popolari, studenti, mercanti del bazar e parte del clero di riconoscersi come fronte unico.

Qui entra in scena Ruhollah Khomeini, che intuisce una cosa decisiva: lo sciismo, con la sua tradizione di attesa, martirio e opposizione al potere ingiusto, può trasformarsi in architettura di governo. Nasce così la dottrina del velayat-e faqih, il governo del giurisperito islamico. Non un ritorno al Medioevo, ma una risposta politica a una domanda moderna: chi garantisce che il potere non tradisca la rivoluzione?

Da quel momento l’Iran costruisce un sistema ibrido e profondamente originale. Esistono elezioni, parlamenti, presidenti. Ma sopra tutto veglia una struttura di controllo che filtra, seleziona, corregge. La sovranità popolare non viene abolita ma ben sorvegliata. Lungi dall’essere una contraddizione accidentale, è questo il cuore del sistema. Il regime non si fida del popolo fino in fondo, e il popolo ne è consapevole.

A cementare questa diffidenza reciproca arriva, subito dopo, la guerra con l’Iraq. Otto anni di conflitto devastante, centinaia di migliaia di morti, una generazione cresciuta nel culto del sacrificio. La guerra diventa il trauma fondativo della Repubblica Islamica che racconta al popolo iraniano che il mondo è ostile, che l’Iran è solo, che sopravvivere significa militarizzare la società e sacralizzare lo Stato.

Da qui nasce l’ossessione per la sicurezza, l’idea dell’accerchiamento permanente, la convinzione che ogni concessione sia una breccia. L’Iran contemporaneo vive ancora dentro quella logica. Non perché non sappia cambiare, ma perché teme (e non a torto) che cambiare significhi crollare.

Capire questo non significa, ovviamente, assolvere un regime tra i più infami tra quelli contemporanei ma significa evitare l’errore più grave, e cioè pensare che Teheran agisca per follia ideologica. Non sono i dottor Stranamore sia pure sotto forma di ayatollah sciiti a muovere le leve. L’Iran agisce per paura, per memoria e per calcolo. E su queste tre parole si regge tutto il resto.


L’Iran prima dell’Iran
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