Come riesce l’Iran, sotto una pressione militare crescente e nel pieno di una campagna di bombardamenti in corso, a continuare non solo a esportare petrolio ma addirittura ad aumentare i propri ricavi? Risponde The Economist, secondo cui le entrate petrolifere di Teheran sono aumentate vertiginosamente durante i continui attacchi statunitensi e israeliani, con incassi giornalieri quasi raddoppiati rispetto alla fine di febbraio scorso. Questo sviluppo si verifica nonostante l’intensificarsi della pressione militare e un regime sanzionatorio di lunga durata concepito proprio per limitare le esportazioni energetiche iraniane. Il dato segnala un cambio di fase netto. La guerra non sta comprimendo i flussi finanziari del settore petrolifero iraniano, ma ne sta ridefinendo le condizioni di profitto.
Il punto, in sostanza, sta tutto nello Stretto di Hormuz, uno dei passaggi energetici più sensibili al mondo. Con il conflitto ormai nella sua quinta settimana, le interruzioni lungo questa rotta — che in condizioni normali gestisce circa il 15% delle spedizioni petrolifere globali — hanno ridotto l’offerta disponibile sui mercati internazionali. Meno petrolio disponibile, prezzi in aumento. In questo scenario, mentre diversi produttori del Golfo hanno avuto problemi tra sicurezza e logistica, l’Iran si è trovato nella situazione opposta, con maggiori difficoltà operative, ma anche con un prezzo per barile molto più alto.
I dati analizzati dall’Economist indicano che Teheran esporta attualmente tra 2,4 e 2,8 milioni di barili al giorno, di cui fino a 1,8 milioni di greggio. In altre parole, i flussi tengono. E se i flussi tengono mentre i prezzi salgono, il risultato è inevitabile, incassi più alti. È qui che si vede davvero il cambio di fase. Non conta solo quanto esporti, ma a quanto vendi.
Un elemento decisivo in questo equilibrio è rappresentato dalla domanda asiatica, in particolare quella della Cina, che continua ad assorbire la quota principale del petrolio iraniano. All’interno di questo sistema, un ruolo chiave è svolto dalle cosiddette “raffinerie a teiera” (teapots), impianti privati indipendenti di dimensioni ridotte rispetto ai grandi gruppi statali come Sinopec e PetroChina. Sono strutture più flessibili, meno esposte politicamente e spesso più disposte a muoversi in contesti complicati. Comprano greggio iraniano anche adesso, e lo fanno a prezzi molto più vicini al Brent rispetto al passato, quando Teheran era costretta a concedere forti sconti per via delle sanzioni. In pratica, prima per vendere doveva “svendere”, mentre ora i compratori pagano quasi il prezzo di mercato perché il Brent è salito, l’offerta è più stretta e il greggio disponibile conta molto.
Inoltre Teheran ha adattato la propria infrastruttura commerciale alle condizioni di guerra. Meccanismi di pagamento alternativi, stoccaggi in Asia, una logistica più frammentata. Tutto serve a far continuare il flusso. Non è solo resistenza alle pressioni esterne, è un sistema che si è riorganizzato per funzionare anche in queste condizioni.
Il contesto internazionale rafforza ulteriormente questa dinamica. Secondo Reuters, alcune raffinerie cinesi sostenute da Saudi Aramco stanno riducendo o sospendendo parte delle attività. Zhejiang Petrochemical, ad esempio, ha anticipato la manutenzione di un impianto da 200.000 barili al giorno, mentre Fujian Refining and Petrochemical ha fermato una propria unità da 80.000 barili. Anche questo incide. Meno capacità di raffinazione significa più tensione sull’offerta e prezzi che restano alti.
Alla fine, il quadro è chiaro. La guerra rende tutto più instabile, riduce l’offerta e fa salire i prezzi. In un contesto così, chi riesce comunque a vendere — come l’Iran — finisce per guadagnare di più.
L’Iran guadagna dalla guerra con petrolio, Hormuz e il paradosso delle sanzioni