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L’Iran e il mondo

Deterrenza, proxy war e tensione permanente

Setteottobre

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L’Iran e il mondo

Sono molti, e molto accreditati, gli osservatori che descrivono la politica estera iraniana come aggressiva, ideologica, se non addirittura suicida. È questa una lettura comoda, eppure profondamente errata. E’ chiaro che l’Iran non cerca la guerra totale, né lo scontro frontale con le grandi potenze. Cerca qualcosa di più sottile e, per certi versi, di più efficace, e cioè una instabilità controllata che garantisca al regime deterrenza e spazio di manovra.

Dalla guerra con l’Iraq, Teheran ha tratto una lezione netta: non può permettersi un conflitto diretto con un esercito superiore e quindi deve spostare il confronto altrove e diluirlo. Nasce così la strategia della profondità regionale, fondata sulle alleanze indirette, sulle milizie locali, sugli attori non statali. È questo il modello della proxy war, la guerra per interposta persona.

In Libano, questa strategia prende forma con Hezbollah, alleato storico e principale strumento di deterrenza contro Israele. A Gaza e in altri contesti palestinesi, il rapporto con Hamas è più opportunistico che ideologico, ma risponde alla stessa logica, che è quella di tenere aperto un fronte che costringa l’avversario a guardarsi intorno, non solo davanti a sé. In Iraq, Siria e Yemen, milizie sciite o filoiraniane svolgono una funzione analoga, adattata ai contesti locali.

In questo schema, il confronto con Israele non è un obiettivo militare immediato, ma un collante politico. L’ostilità verso lo Stato ebraico serve a legittimare il ruolo regionale dell’Iran, a parlare alla propria base interna e a giustificare l’apparato di sicurezza. La minaccia è costante, eppure calibrata. La linea rossa è sempre lì, e raramente viene valicata.

Il dossier nucleare va letto nello stesso modo. Più che una corsa alla bomba si vuole entrare in possesso di una leva di pressione. L’Iran avanza, si ferma, e si riprende. Prima alza il livello, poi negozia. Il messaggio è semplice: possiamo arrivarci, se messi alle strette. Non è l’arma in sé a contare, ma l’ambiguità strategica che ne deriva. Siamo in presenza di una deterrenza a bassa intensità, ma ad alto impatto politico.
Sul piano internazionale, Teheran gioca una partita pragmatica. Con Russia e Cina non c’è un’alleanza ideologica, ma una convergenza di interessi. Il tema comune è aggirare l’Occidente, limitare l’influenza americana, scambiarsi protezione diplomatica e trarre reciproci vantaggi economici. L’Iran non si fida davvero di nessuno, ma sa usare con molta abilità le crepe dell’ordine globale a proprio vantaggio.

Questa politica estera, si badi bene, non è segno di una forza illimitata, ma di calcolo. L’Iran sa di essere vulnerabile sul piano economico e tecnologico e proprio per questo investe nella capacità di disturbare e complicare lo scenario. Insomma, Teheran non punta alla vittoria, ma a mantenere la conflittualità in termini irrisolvibili.

È una strategia cinica, se si vuole (lo vogliamo) brutale, ma dobbiamo riconoscervi una certa coerenza. Finché il regime percepirà il mondo come una minaccia esistenziale, continuerà a ballare secondo lo schema di un passo avanti, uno di lato, ma nessuno troppo indietro. E questo non per espandersi senza limiti, ma per non essere mai messo all’angolo.


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