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L’Iran e il Medio Oriente

Le migliaia di morti nella rivolta di popolo porteranno al crollo del regime degli ayatollah?

Lodovico Festa

Tempo di Lettura: 4 min
L'Iran e il Medio Oriente

La rivolta del popolo iraniano è stata in parte frenata dal bagno di sangue voluto dal regime degli ayatollah ma il sacrificio di migliaia di ragazze e studenti non è stato inutile. Il tentativo di Alì Khamenei di ridare un ruolo internazionale a Teheran riprendendo la costruzione di bombe nucleari o ricostruendo la rete che univa Libano, Siria, Gaza, Irak e Yemen del Nord contro Israele e l’Occidente, è sostanzialmente affossato.

A livello internazionale per guadagnare qualche mese di vita il regime deve trattare giorno per giorno con gli Stati Uniti, rinunciando persino alla sua attività preferita cioè le impiccagioni; a livello interno la nera dittatura che opprime l’antica Persia da 47 anni non ha più nessuna parvenza di legalità, i vecchi giochetti del potere di coprirsi con farlocchi riformisti sono diventati impossibili, l’unica cosa che regge ancora sono gli apparati della repressione ma anche questi sono destinati a logorarsi nel medio periodo dovendosi esercitare in un’entità statuale multietnica: quanto a lungo militari e poliziotti curdi o azeri continueranno a sparare su giovani curdi o azeri? Quanto tempo la società iraniana tollererà pasdaran sciiti importati dall’Irak o dalla Siria per difendere la dittatura?

Gli effetti della crisi strutturale del regime degli ayatollah stanno già segnando lo scenario mediorientale. Peraltro di fronte a questa realtà le reazioni dei vari soggetti di questa area dagli israeliani ai sauditi, dai turchi agli emiratini sono state di invitare gli Stati Uniti alla prudenza. Dalla Siria allo Yemen, dalla Somalia al Sudan, dal Libano alla Libia sono ancora aperte troppe crisi che investono direttamente il Medio Oriente per aprirne una clamorosa e gigantesca in Iran.

Se addolora veder impuniti almeno per qualche tempo i crimini degli ayatollah contro il proprio popolo, la consapevolezza che non solo bisogna ma si può costruire con pazienza una soluzione politica e che questa non tarderà, contiene il senso di colpa del non intervenire a difesa di un popolo così nobile e coraggioso come quello che si è manifestato in queste settimane da Tabriz a Bandar Abbas.

Sono abbastanza evidenti i problemi complessi che si devono risolvere per preparare un’aytollah-exit: va contenuta la possibilità d’intervento dei due fedeli alleati degli ayatollah cioè la Cina e la Russia già provati dalla perdita di un fedele socio come il Venezuela di Nicolás Maduro, vanno comprese e governate le preoccupazioni di sauditi e turchi per i possibili esiti di un nuovo Iran, non va sacrificata l’operazione di portare in pieno nel mondo delle liberaldemocrazie l’India.

Non tutti i movimenti in atto sono chiari: per esempio l’accordo tra turchi, sauditi e pakistani per costruire un sistema di difesa comune va ben compreso, se vi è in questo patto una qualche concessione alle contese tra Islamabad e Nuova Delhi, per esempio. Se sono ben governati e contenuti i rapporti tra Pakistan e Pechino. Se l’accordo tra Ankara e Riyad non crea tensioni con un altro soggetto fondamentale per la distensione in Medio oriente cioè l’Egitto. Naturalmente decisivo sarà la capacità di regia che saprà esercitare Washington.

In questo senso non sono cattive le recenti notizie sulla costituzione di un Board of Peace (nuova Organizzazione Internazionale e Amministrazione Governativa di Transizione di Gaza): così la scelta di Nickolay Mladenov, ex inviato delle Nazioni Unite per la pace in Medio Oriente ed ex ministro degli Esteri bulgaro, come alto rappresentante del Consiglio per la pace (Board of Peace) presieduto da Trump. Si tratta di un esponente di quel fronte orientale del Mediterraneo che va dall’Italia alla Grecia alla Bulgaria e Romania, ed è particolarmente impegnato a costruire un ponte con l’India. Un’ottima scelta. Così rassicurante è la presenza di Tony Blair che corregge una certa tradizionale inesperienza americana nel trattare con il mondo arabo.

Così l’invito di Donald Trump a Recep Erdogan di far parte del Board viene incontro all’esigenza di evitare contrapposizioni con Ankara, così la presenza dell’indiano Ajay Banga già Banca mondiale. Probabilmente ci sarà anche la presenza di Giorgia Meloni che dovrà aiutare l’Europa a essere ben presente in questo articolato processo che ha la prima tappa nel disarmo di Hamas e nella “deradicalizzazione” della Striscia (una sorta di “denazificazione” come nella Germania post 1945).

Credo che il primo impegno della Meloni -se parteciperà al Board- dovrà essere quella di aiutare il generale americano Jasper Jeffers, nominato Comandante della Forza, nel formare un’adeguata forza militare con il contributo della Ue e della Lega araba.


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