Introduzione
Se si guarda a Gaza, il mondo parla di assedio, carestia, vittime. Se si guarda a Israele, il silenzio è assordante. È come se la storia iniziasse il giorno dopo, saltando l’origine e ignorando il contesto. Ma l’inferno per Israele non è cominciato il 7 ottobre: era già scritto da prima. È esploso quel giorno. E continua dopo, tra sirene, missili e attacchi su più fronti, nel disinteresse generale.
Prima: l’attesa cieca dell’Occidente
Prima del 7 ottobre, Israele viveva in un equilibrio precario:
• Missili da Gaza lanciati a intermittenza, «per ricordare» che la tregua non esisteva.
• Attacchi terroristici a Gerusalemme, Tel Aviv, nelle cittadine del sud: autobus esplosi, coltelli nei mercati, auto contro i civili.
• Il confine con Gaza trasformato in un terreno di prove generali: incendi appiccati con palloni incendiari, droni artigianali caricati di esplosivo, tunnel che spuntavano sotto le case di Sderot.
Tutto sotto gli occhi dell’Occidente, che definiva “escalation minore” ciò che per gli israeliani era la vita quotidiana: mandare i figli a scuola con il terrore di non rivederli la sera.
Il 7 ottobre: la ferita che non si rimargina
Poi è arrivato il sabato nero:
• All’alba, migliaia di razzi sparati in pochi minuti hanno saturato l’Iron Dome. Sirene ovunque, dal Negev a Tel Aviv.
• Miliziani di Hamas e Jihad Islamica hanno sfondato il confine, devastato kibbutz, bruciato case, massacrato famiglie.
• Giovani, bambini, anziani trascinati nei tunnel come ostaggi.
• Donne violentate, corpi esposti, stragi riprese con i cellulari per diventare propaganda.
Per Israele, il 7 ottobre non è stato un episodio. È stato un terremoto nazionale: la Shoah del XXI secolo, come l’hanno definita molti sopravvissuti.
Dopo: l’inferno che non finisce
L’Occidente ha voltato pagina in fretta. Israele no: le sirene continuano.
• Dal sud, razzi di Hamas e gruppi minori ancora attivi.
• Dal nord, Hezbollah ha aperto un secondo fronte: missili sulla Galilea, villaggi evacuati, artiglieria dal Libano.
• Dal cielo, droni iraniani intercettati dalle difese aeree.
• Dallo Yemen, missili a lungo raggio degli Houthi diretti verso Eilat.
Israele non ha mai smesso di essere sotto attacco. La guerra non è un episodio chiuso: è un assedio su più lati, contemporaneo e costante. Ma questa parte della storia raramente compare nei titoli dei giornali.
L’indifferenza che brucia
Eppure nessuno ne parla. Le piazze globali urlano “Free Palestine”, ma tacciono sulle sirene israeliane che suonano ogni notte. Nessuna marcia per i bambini israeliani che dormono nei rifugi. Nessuna indignazione per i villaggi bruciati, per gli ostaggi che da mesi non tornano a casa.
Israele viene raccontato solo come potenza militare, mai come società civile sotto attacco. È la normalizzazione della paura: se sei israeliano, il mondo si abitua all’idea che vivere sotto i missili sia routine.
La doppia ipocrisia
C’è un doppio standard che corrode il discorso pubblico:
• Quando muore un palestinese, è colpa di Israele.
• Quando muore un israeliano, è “conseguenza del conflitto”.
Le parole cambiano tutto. Un attentato a Gerusalemme viene archiviato come “incidente di sicurezza”. Un bombardamento su Gaza diventa “strage indiscriminata”. Il linguaggio è già propaganda.
Oltre la propaganda: il dato di fatto
Il 7 ottobre non è un punto isolato: è l’apice di un disegno che parte da Teheran, passa per Gaza, Beirut, Sana’a, e punta dritto al cuore di Israele. Hamas, Hezbollah, Houthi, IRGC: la rete è unica, il bersaglio è uno solo.
E Israele vive dentro questo assedio.
• Prima: tra coltellate e razzi.
• Durante: la mattanza del 7 ottobre.
• Dopo: un fuoco incrociato da più paesi, nel silenzio di chi preferisce non vedere.
Conclusione
L’inferno visto da Israele è triplo:
• Prima, un terrorismo quotidiano ignorato.
• Durante, la strage del 7 ottobre che ha cambiato per sempre la coscienza israeliana.
• Dopo, un assedio multiplo che nessuno racconta.
Il mondo grida slogan e si volta dall’altra parte. Israele resta solo, a difendere la propria esistenza. Con un dato semplice: senza esercito, oggi, Israele non esisterebbe più.
L’inferno visto da Israele: prima, durante e dopo il 7 ottobre