Ogni volta che una democrazia usa la forza, in Europa scatta un riflesso quasi automatico. Editoriali indignati, appelli al diritto internazionale, richiami alla moderazione, alla legalità, all’ordine mondiale. Il linguaggio diventa improvvisamente severo, moraleggiante, solenne. L’Occidente, soprattutto quando si tratta di Israele o degli Stati Uniti, viene osservato con un rigore quasi inquisitorio.
Poi però accade qualcosa di curioso. Quando a colpire sono i regimi, il tono cambia. Non sparisce del tutto, ma si attenua. Diventa più prudente, più diplomatico, più sfumato. La severità morale lascia il posto alle formule di circostanza. Si invoca il dialogo, la de-escalation, la necessità di comprendere il contesto.
La crisi con l’Iran lo mostra con una chiarezza quasi didattica. Di fronte agli attacchi americani e israeliani molti governi europei si affrettano a ricordare i principi del diritto internazionale e a invocare la moderazione, come se il problema principale fosse l’uso della forza da parte delle democrazie. Nel frattempo lo stesso regime iraniano continua a reprimere con brutalità il proprio popolo e a sostenere milizie armate in mezzo Medio Oriente.
Eppure questa violenza sistemica raramente provoca la stessa intensità di indignazione che si accende quando a muoversi sono le democrazie. È come se il metro morale cambiasse a seconda dell’interlocutore. Con l’Occidente si alza l’asticella della purezza giuridica. Con i regimi si abbassa quella dell’indulgenza diplomatica.
Il risultato è una strana pedagogia politica. Le democrazie vengono giudicate come se dovessero incarnare un ideale perfetto, mentre gli autocrati vengono trattati come interlocutori problematici ma inevitabili. I primi sono rimproverati per ogni deviazione dalle regole; i secondi vengono quasi giustificati perché, in fondo, “sono fatti così”.
È un paradosso che col tempo produce un effetto corrosivo. L’Occidente finisce per giudicare se stesso con una severità che raramente applica ai suoi avversari. E così l’indignazione europea, che dovrebbe essere uno strumento morale universale, si trasforma sempre più spesso in qualcosa di molto più modesto: una indignazione selettiva.
L’indignazione selettiva dell’Europa
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