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L’Imam e gli italiani

Tra entusiasmo terzomondista, prudenza politica e un’intervista che ruppe l’incantesimo.

Paolo Montesi

Tempo di Lettura: 4 min
L’Imam e gli italiani

In Italia, l’arrivo di Khomeini al potere non fu accolto con una reazione unanime ma, al contrario, funzionò come cartina di tornasole perché fece emergere illusioni, cecità ideologiche, ma anche diffidenze immediate e lucidissime. La rivoluzione iraniana, letta da Teheran, sembrava un evento lontano; letta da Roma, diventò uno specchio delle culture politiche italiane di fine anni Settanta.

A esaltarlo, o quantomeno a giustificarlo, fu una parte consistente della sinistra extraparlamentare e dell’intellettualità terzomondista. Khomeini venne interpretato come un leader antimperialista capace di rovesciare un regime corrotto e filoamericano. L’islam politico, per molti, non era il cuore del progetto, ma una forma di linguaggio popolare, un involucro arcaico destinato a dissolversi una volta abbattuto lo scià. In questa lettura, l’Imam non era un teocrate, ma un catalizzatore. La religione diventava folklore politico, non struttura di potere.

Anche nel Partito comunista italiano prevalse inizialmente una cauta benevolenza. Non ci furono mai entusiasmi sguaiati, ma una tendenza chiara a sospendere il giudizio, a non “disturbare” un processo rivoluzionario che sembrava inserirsi nella grande narrazione antioccidentale del tempo. Il lessico era prudente, ma l’atteggiamento indulgente: si parlava di “specificità iraniana”, di fase transitoria, di popolo che finalmente prendeva la parola. Il nodo teologico, la centralità del clero sciita, il concetto stesso di guida suprema vennero sistematicamente sottovalutati.

Molto diverso fu l’atteggiamento di chi guardò subito Khomeini con sospetto. I liberali, i radicali, una parte del socialismo riformista colsero immediatamente il carattere regressivo del nuovo potere. Non per amore dello Shah, ma per istinto politico: l’idea che una rivoluzione guidata da un’autorità religiosa potesse produrre libertà appariva, ai loro occhi, una contraddizione in termini. Il linguaggio dell’Imam, il suo disprezzo per la democrazia rappresentativa, la subordinazione delle donne, la promessa di un ordine morale totale erano segnali troppo evidenti per essere ignorati.

In questo quadro si inserisce uno degli episodi più emblematici: l’intervista di Oriana Fallaci a Khomeini. Fallaci la realizzò nel febbraio del 1979, a Qom, poche settimane dopo il ritorno dell’Imam in Iran. Non fu un’intervista qualsiasi, ma uno scontro frontale. Fallaci non andò lì per farsi sedurre dal mito rivoluzionario: andò per capire, e per mettere alla prova il nuovo potere sul terreno che più lo infastidiva, quello della libertà individuale.

L’episodio del chador è passato alla storia. Costretta a indossarlo per rispetto delle regole islamiche, Fallaci lo accettò all’inizio, ma lo trasformò presto in un tema politico. Lo definì un simbolo di sottomissione, un insulto alle donne. Quando, a un certo punto, se lo tolse davanti all’Imam, la tensione esplose. Khomeini interruppe l’incontro. L’intervista sembrò finita lì, nel gelo. Ma Fallaci ottenne di riprenderla il giorno dopo, e fu ancora più dura.

Il testo, pubblicato sul Corriere della Sera, ebbe un effetto dirompente. Per la prima volta, il leader della rivoluzione iraniana appariva in Italia non come un’icona romantica, ma come un uomo di potere inflessibile, intollerante, impermeabile a ogni idea di pluralismo. Fallaci ruppe l’incantesimo mediatico. Mise in scena, con brutalità e chiarezza, ciò che molti non volevano vedere: che quella rivoluzione non stava aprendo uno spazio di libertà, ma chiudendolo.

Col senno di poi, l’Italia di Khomeini racconta molto dell’Italia di allora. Un paese capace di intuizioni fulminanti e di abbagli clamorosi, di conformismi ideologici e di solitudini lucide. C’è chi lo salutò come un liberatore e chi lo riconobbe subito come un nuovo sovrano assoluto. La storia, come spesso accade, non diede ragione ai più rumorosi, ma a chi seppe leggere i segni prima che diventassero macerie.


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