C’è qualcosa di irresistibilmente provinciale nel modo in cui una parte dei media americani – e, per riflesso pavloviano, quelli europei – si getta anima e corpo su qualunque oggetto domestico venga improvvisamente scoperto a Manhattan. Stavolta tocca al bidet.
Pare che Zohran Mamdani e la sua signora Rama Duwaji abbiano illuminato East e West Side sulle magnificenze di questo umile manufatto, già noto alle popolazioni mediterranee e ad alcune altre civiltà che, senza farne un manifesto politico, si lavano. Più bidet e meno carta igienica, meno salviette umidificate, più purezza idrica e – perché no – un colpetto simbolico alla foresta amazzonica e ai ghiacci che si sciolgono.
Se poi nel pacchetto entra anche la messa in sicurezza della Groenlandia da una possibile conquista trumpiana, tanto meglio: l’igiene come geopolitica.
La notizia, rimbalzata con entusiasmo tra giornali, siti e talk show, è ovviamente un invito aperto alla satira più caciottara, quella che si accontenta di ridere del bidet come se fosse un’invenzione futurista e non un oggetto che sta lì, silenzioso, da decenni. Viene quasi da chiedersi se domani scopriremo un’inchiesta in sei puntate sull’acqua calda o un reportage commosso sulla forchetta.
Il punto, però, non è l’idraulica domestica. Il punto è che Mamdani, con o senza doccino, resta quello che è. Uno che ha contribuito a rendere meno sicura una città che Woody Allen ha cantato come un luogo fragile e contraddittorio, ma vivo, e che oggi appare sempre più nervosa e sfilacciata. Meno sicura non solo per gli ebrei, sia chiaro, ma per chiunque non trovi rassicurante la miscela di ideologia, slogan e ammiccamenti che passa per progresso.
Lui, Mamdani, potrà consolarsi con la scoperta del bidet, trasformato in simbolo di virtù civica e raffinatezza morale. Noi, più modestamente, aspettiamo il momento in cui si toglierà dai piedi. E non solo da quelli. Perché c’è un’igiene che nessun sanitario può garantire: quella della politica.
L’igiene della politica
L’igiene della politica
/span>

