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Il Punto. Libia, il Paese sospeso tra due poteri e mille influenze

Tra governi rivali, influenze straniere e un equilibrio fragile che tiene il Paese lontano da scelte nette, anche sul dossier israelo-palestinese

Shira Navon

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Il Punto. Libia, il Paese sospeso tra due poteri e mille influenze

Sotto la superficie di una calma apparente, la Libia resta uno degli spazi più instabili e decisivi del Mediterraneo allargato, un territorio formalmente unitario ma nei fatti diviso, in cui il potere si esercita per frammenti e dove ogni equilibrio è provvisorio, negoziato giorno per giorno tra milizie, interessi economici e protettorati esterni. A Tripoli governa il Governo di unità nazionale guidato da Abdul Hamid Dbeibeh, riconosciuto dalle Nazioni Unite e sostenuto in primo luogo dalla Turchia, che continua a garantire assistenza militare e politica in cambio di un’influenza strutturale su infrastrutture, sicurezza e dossier energetici. È un esecutivo che sopravvive più per mancanza di alternative condivise che per una reale capacità di controllo del territorio, stretto tra milizie formalmente integrate nelle istituzioni e una legittimità politica che resta fragile.

A est, in Cirenaica, il baricentro del potere resta saldamente nelle mani del generale Khalifa Haftar, padrone dell’Esercito nazionale libico e sostenuto da un’alleanza eterogenea che include l’Egitto, gli Emirati Arabi Uniti e, in modo sempre più visibile, la Russia. Mosca, attraverso presenze paramilitari riconducibili all’orbita del gruppo Wagner e a strutture che ne hanno preso il posto dopo la sua riorganizzazione, considera la Libia un tassello strategico per proiettare influenza sul Mediterraneo centrale e sul Sahel, mentre il Cairo vede nella Cirenaica un cuscinetto di sicurezza indispensabile contro l’instabilità regionale. In mezzo si muove un Parlamento, la Camera dei rappresentanti di Tobruk, che continua a produrre governi paralleli senza mai riuscire a imporli davvero, alimentando una paralisi istituzionale che dura ormai da anni.

Il risultato è uno Stato che funziona a compartimenti stagni, dove petrolio e gas rappresentano l’unico vero collante. La National Oil Corporation resta formalmente unitaria, ma i terminal, gli oleodotti e i giacimenti sono spesso strumenti di pressione politica, bloccati o riattivati a seconda delle trattative in corso. L’Europa osserva con attenzione, preoccupata soprattutto per la sicurezza energetica e per il controllo dei flussi migratori, mentre l’Italia mantiene un ruolo prudente ma costante, consapevole che la stabilità libica incide direttamente sul proprio spazio strategico.

In questo quadro, la posizione della Libia su Israele è tanto marginale quanto rivelatrice. Formalmente, il Paese non riconosce lo Stato ebraico e aderisce alla linea tradizionale del mondo arabo, con dichiarazioni di sostegno alla causa palestinese che restano però per lo più rituali. L’episodio dell’incontro segreto, avvenuto nel 2023, tra l’allora ministra degli Esteri libica e un omologo israeliano, ha mostrato quanto il tema sia esplosivo sul piano interno. La fuga di notizie ha provocato proteste immediate, costringendo il governo di Tripoli a una brusca retromarcia e alla rimozione della ministra, a conferma che ogni apertura, anche solo esplorativa, verso Israele è oggi politicamente tossica in un Paese dove il consenso si regge su equilibri fragilissimi.

Eppure, dietro le quinte, il pragmatismo non manca. Alcuni attori libici osservano con attenzione gli Accordi di Abramo e il riavvicinamento tra Israele e diversi Paesi arabi, consapevoli che una normalizzazione potrebbe portare benefici economici e canali di cooperazione utili, soprattutto in campo tecnologico ed energetico. Per ora, però, la Libia resta fuori da questo processo, troppo divisa e troppo esposta alle pressioni interne ed esterne per permettersi scelte che vadano oltre la sopravvivenza immediata.

La Libia di oggi è dunque un Paese in sospensione, governato da poteri concorrenti e da alleanze che cambiano forma senza mai risolversi in un vero progetto statale. Finché questa frammentazione persisterà, anche la sua politica estera resterà difensiva, prudente fino all’immobilismo, e Israele continuerà a essere un tema da maneggiare con cautela estrema, più come rischio che come opportunità.


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