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⌥ Libertà di stampa a giorni alterni

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C’è una doppia morale che funziona come un riflesso condizionato. Automatico, per così dire pavloviano. Se tocchi un giornalista “dei nostri”, scatta l’allarme generale: comunicati, appelli, firme raccolte in tempo reale, post indignati, piazze convocate, parole come “clima d’odio” sventolate come certificati morali. La categoria diventa sacra, intoccabile, quasi una reliquia civile.

Poi però succede che una giornalista “dall’altra parte” venga aggredita, insultata, messa alla gogna verbale in mezzo a un corteo. E lì, improvvisamente, la sacralità evapora. Silenzio. Sguardi altrove. Al massimo un’alzata di spalle. In questo caso parliamo di Giulia Sorrentino, cronista de Il Giornale, presa di mira durante una manifestazione dei centri sociali che inneggiavano a Hannoun. “Aggredita a male parole”, dirà qualcuno con tono minimizzante, come se l’aggressione verbale non fosse mai violenza, come se le parole non servissero proprio a preparare il terreno a qualcos’altro.

La regola non scritta è sempre la stessa: la libertà di stampa è un valore universale solo quando conviene. Quando non conviene più, diventa un dettaglio trascurabile, un effetto collaterale, quasi una colpa della vittima. Se stai dalla parte sbagliata, allora “te la sei cercata”, “provocavi”, “scrivi per quel giornale lì”. Traduzione: i diritti non sono diritti, sono tessere di un club.

Il doppio standard è comodissimo, va detto. È come avere le mutande di ricambio in valigia: ti senti al sicuro, coperto, pronto a ogni evenienza morale. Ma fa anche un certo schifo. Perché trasforma principi che dovrebbero essere non negoziabili in strumenti usa e getta. E perché dice una cosa molto semplice e molto brutta: non difendiamo la libertà, difendiamo il nostro recinto.

La solidarietà selettiva non è solidarietà. È tribalismo con la vernice etica sopra. E alla lunga, come tutte le ipocrisie ben coltivate, presenta il conto. Sempre.


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