C’è una censura che non si presenta mai come tale. È educata, progressista, spesso indignata. Non chiede di vietare ma semmai chiede di “isolare”. Non dice “zittiamolo”, semmai dice “è irresponsabile”, “fa male al dibattito”, “non si può dire”. È la censura a corrente alternata, quella che funziona solo quando a parlare è qualcuno che non sta dalla parte giusta. Cioè, la loro.
Il caso di Tommaso Cerno è esemplare. Scrive, dirige, ospita opinioni che non piacciono a una parte ben precisa del mondo politico-mediatico. Risultato: non gli si risponde nel merito ma gli si chiede, più o meno esplicitamente, di stare zitto. O peggio: si chiede agli Enti Supremi di farlo star zitto.
La scena è sempre la stessa. Quando qualcuno dei “loro” dice cose immonde, allusive, violente, giustificazioniste, scatta il garantismo emotivo ed è un via vai di ‘bisogna capire il contesto’, ‘bisogna considerare il dolore’, ‘la situazione è complessa’… e via cianciando. Ma quando a parlare è uno che non appartiene al club, allora improvvisamente le parole diventano pericolose, la libertà di stampa un fastidio e ogni forma di dissenso è una minaccia da considerare inaccettabile.
Qui non serve la solidarietà di rito, quella che non costa nulla e di cui per altro Cerno non ha certo bisogno. Serve indignazione vera e dire chiaramente che il diritto di Cerno di scrivere quello che pensa – che piaccia o no – va difeso e basta. Non perché abbia sempre ragione, ma perché è così che funziona una democrazia adulta.
Se qualcuno ritiene che sbagli, che entri nel merito e contesti i fatti e le conclusioni. Tutto il resto è solo paura travestita da virtù. E di questa ipocrisia, francamente, ci siamo strarotti le balle.
Libertà di parola, ma solo per i nostri
Libertà di parola, ma solo per i nostri
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