Dire che Beirut sta camminando sul filo di un rasoio è un’immagine retorica che però rende bene la situazione. Il Libano tutto è ben consapevole che un’escalation tra Iran e Stati Uniti rischierebbe di trasformare il Paese in teatro di una nuova guerra per procura. Secondo quanto riferito da fonti locali a Reuters e rilanciato dal quotidiano Nidaa Al-Watan, Israele avrebbe fatto sapere che, qualora Hezbollah decidesse di intervenire a fianco di Teheran in caso di attacco americano, le infrastrutture civili libanesi verrebbero colpite in modo deciso e immediato. Il messaggio, trasmesso attraverso canali diplomatici, pesa come un monito in un Paese che non si è ancora ripreso dall’ultima devastazione.
Il primo ministro Nawaf Salam ha moltiplicato negli ultimi giorni i contatti e le dichiarazioni pubbliche nel tentativo di disinnescare la tensione. In un’intervista allo stesso Nidaa Al-Watan ha riconosciuto che lo Stato libanese non controlla l’evoluzione del confronto tra Washington e Teheran, ma ha invitato Hezbollah a non trascinare il Paese in quella che ha definito un’altra avventura. Il riferimento alla guerra scoppiata dopo il 7 ottobre e alle conseguenze economiche e sociali che ne sono derivate appare evidente, soprattutto in un contesto in cui la fragile ripresa interna dipende dagli aiuti internazionali e dalla stabilità dei confini meridionali.
Le rassicurazioni attribuite al presidente del Parlamento Nabih Berri, secondo cui Hezbollah non avrebbe intenzione di aprire un fronte a sostegno dell’Iran, vengono accolte con cautela dallo stesso Salam, che osserva come le dichiarazioni pubbliche del segretario generale dell’organizzazione, Naim Qassem, abbiano lasciato intendere che il movimento non resterebbe neutrale qualora la leadership iraniana fosse direttamente colpita. Questa ambivalenza alimenta l’incertezza in un sistema politico in cui il governo centrale non dispone di un controllo pieno sull’arsenale del Partito di Dio.
Sul tavolo resta anche la questione del disarmo di Hezbollah a nord del fiume Litani, obiettivo formalmente ribadito dall’esecutivo come scelta sovrana. Salam ha sottolineato che l’attuazione dipenderà da fattori molteplici, inclusi i risultati della conferenza di Parigi prevista per il prossimo mese, che dovrebbe rafforzare l’esercito libanese grazie al sostegno di Stati Uniti e Francia. L’equilibrio appare delicato, perché ogni passo verso una maggiore autonomia militare statale rischia di scontrarsi con la realtà di un movimento che conserva capacità operative e radicamento politico.
Israele, dal canto suo, considera l’ipotesi di un coinvolgimento diretto di Hezbollah come una minaccia strategica. Gli attacchi condotti nel sud del Libano nei mesi scorsi, ufficialmente mirati a obiettivi militari, hanno mostrato quanto rapidamente il confine possa trasformarsi in linea di fuoco. L’eventualità di colpire infrastrutture civili rappresenterebbe un salto di qualità, destinato ad aggravare una crisi economica già profonda e a mettere alla prova la tenuta sociale del Paese dei Cedri.
In questo scenario il Libano tenta di attivare ogni canale diplomatico disponibile, soprattutto con Washington, nella speranza di contenere la spirale. Le “fili del gioco”, come ammettono fonti governative citate dalla stampa locale, non sono interamente nelle mani di Beirut, ma la consapevolezza dei costi di un conflitto regionale induce l’esecutivo a insistere su una linea di prudenza. La partita si gioca su dichiarazioni, segnali e interpretazioni, mentre l’ombra di un confronto più ampio continua a incombere su una regione dove ogni scintilla può propagarsi oltre le intenzioni dichiarate.
Libano sull’orlo, l’avvertimento di Israele
