Sembra davvero di essere arrivati alla resta dei conti e a un cambio di scenario decisivo. Le operazioni israeliane nel Libano meridionale stanno entrando in una fase più estesa e, al tempo stesso, più delicata, mentre sullo sfondo prende forma uno scenario che fino a poche settimane fa sarebbe sembrato improbabile e che ora viene discusso apertamente nei vertici della sicurezza.
Due divisioni delle Forze di Difesa Israeliane sono impegnate sul terreno con un’avanzata calibrata, lenta quanto basta per limitare l’esposizione dei soldati e mantenere il controllo di un’area in cui ogni movimento può avere conseguenze immediate sul piano politico oltre che militare. L’obiettivo dichiarato resta quello di ridurre la pressione lungo la linea di contatto, ma la modalità operativa suggerisce qualcosa di più ambizioso, cioè un progressivo smantellamento delle infrastrutture di Hezbollah anche all’interno di spazi civili che in passato erano stati evitati per timore di un’escalation fuori controllo.
Il dispositivo israeliano si concentra soprattutto a sud del Litani, dove viene impedito qualsiasi transito non autorizzato, in una scelta che risponde a una logica precisa: isolare il movimento sciita dalle sue linee di rifornimento e costringerlo a operare in condizioni sempre più difficili. In questo quadro si inserisce anche la distruzione di due ponti strategici, annunciata dal ministro della Difesa Israel Katz, intervento che ha un valore operativo evidente ma anche un significato politico diretto nei confronti di Beirut, chiamata a confrontarsi con il fatto che le infrastrutture statali vengono utilizzate come corridoi per armi e combattenti.
Dentro questa dinamica già complessa si innesta un elemento nuovo, che riguarda il confine tra Libano e Siria e che viene seguito con crescente attenzione da Israele. Secondo fonti della sicurezza, l’ipotesi che le forze legate ad Ahmed al-Sharaa, noto come al-Julani, decidano di muoversi contro Hezbollah non è più considerata marginale, anche perché si inserisce in una sequenza di tensioni accumulate negli anni tra Damasco e il movimento sciita, accusato di aver inciso profondamente negli equilibri interni siriani durante la guerra civile. L’eventualità che la Siria scelga di intervenire senza alcun coordinamento con Israele viene valutata come concreta, e proprio per questo le strutture militari israeliane stanno predisponendo scenari che tengano conto di un possibile allargamento del conflitto.
Si tratta di una variabile che cambia il quadro, perché introduce un attore che potrebbe colpire Hezbollah per ragioni proprie, senza rientrare nelle logiche di deterrenza che hanno finora regolato il confronto tra Israele e il Libano. In parallelo, resta evidente la fragilità dell’esercito libanese, che secondo fonti israeliane continua a evitare uno scontro diretto con Hezbollah, contribuendo di fatto a lasciare spazio all’organizzazione nel controllo del territorio. Proprio questa debolezza viene letta a Gerusalemme come un fattore che giustifica una pressione più intensa, nella convinzione che solo un’azione incisiva possa modificare gli equilibri interni libanesi.
Il rischio, tuttavia, è che la moltiplicazione dei fronti trasformi una campagna già complessa in un sistema instabile, nel quale le decisioni di attori diversi si sovrappongono senza coordinamento. Israele si muove con l’obiettivo di rafforzare la sicurezza del nord, ma sa che ogni passo può produrre effetti che vanno oltre il perimetro immediato delle operazioni. L’eventuale ingresso della Siria in uno scontro diretto con Hezbollah non ridurrebbe necessariamente la pressione, perché aprirebbe una fase nuova, meno prevedibile e più difficile da contenere, nella quale il Libano rischierebbe di diventare il punto di intersezione di conflitti che si alimentano a vicenda.
Libano sud, i siriani contro Hezbollah?”