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Libano, sfida a Hezbollah e dito puntato contro l’Iran

Il primo ministro libanese denuncia i Pasdaran e apre a negoziati con Israele

Rosa Davanzo

Tempo di Lettura: 3 min
Libano, sfida a Hezbollah e dito puntato contro l’Iran

A Beirut l’esasperazione ha raggiunto il limite. Le parole pronunciate dal primo ministro Nawaf Salam segnano un cambio di tono che difficilmente può essere liquidato come una semplice dichiarazione diplomatica. Nel corso di un’intervista alla televisione saudita Al-Hadath, Salam ha scelto di esporsi in modo diretto, prendendo le distanze dal Hezbollah e arrivando ad accusare apertamente l’Iran di mantenere una presenza operativa sul territorio libanese attraverso membri dei Guardiani della rivoluzione entrati con documenti falsi, una presa di posizione che, per chiarezza e livello istituzionale, non ha molti precedenti recenti.

Il passaggio più delicato riguarda proprio il tentativo di sottrarre il Libano alla logica che lo ha trasformato negli ultimi anni in una piattaforma regionale, spesso utilizzata per colpire altri attori del Medio Oriente. Salam ha affermato che il Paese non accetterà più di essere trascinato in conflitti che non ha scelto, indicando implicitamente nel Hezbollah il principale vettore di questa esposizione. Il riferimento non è teorico, perché l’attuale escalation lungo il confine con Israele ha avuto conseguenze concrete sulla stabilità interna, aggravando una situazione economica già compromessa e mettendo sotto pressione le istituzioni.

Allo stesso tempo, il primo ministro ha lasciato aperta la porta a un negoziato con Israele, che nelle sue intenzioni dovrebbe portare a un cessate il fuoco e a un ritiro delle forze israeliane dal territorio libanese. Il fatto che una simile ipotesi venga rilanciata mentre il confronto militare resta attivo indica la volontà di inserire il Libano in un percorso diverso rispetto a quello seguito negli ultimi anni, anche se il margine di manovra reale resta limitato dalla presenza di attori armati che non rispondono direttamente allo Stato.

Il nodo centrale resta infatti il monopolio della forza, tema su cui Salam ha insistito rivendicando la necessità che le armi siano sotto il controllo esclusivo delle istituzioni. È una linea che si scontra frontalmente con il Hezbollah, il cui peso politico e militare continua a rappresentare una delle principali anomalie del sistema libanese, oltre che uno strumento di proiezione dell’influenza iraniana nella regione. Il riferimento ai Pasdaran presenti nel Paese, avanzato pubblicamente, rompe una consuetudine fatta di allusioni e mezze frasi e introduce un elemento di trasparenza che rischia di avere conseguenze sia interne sia nei rapporti con Teheran.

Per Israele, queste dichiarazioni aprono uno spazio di lettura nuovo, perché suggeriscono che all’interno della leadership libanese esiste una tensione crescente tra l’interesse nazionale e le dinamiche imposte dal Hezbollah e dai suoi alleati. Non si tratta ancora di una rottura, e sarebbe prematuro leggerla in questi termini, ma il segnale è chiaro e indica che la partita libanese si gioca sempre più su due piani, uno esterno legato al confronto militare e uno interno che riguarda la definizione stessa della sovranità del Paese.

In questo equilibrio instabile, le parole di Salam funzionano come un tentativo di ridisegnare i confini della responsabilità politica, cercando di separare il Libano da decisioni che lo hanno esposto a costi elevati senza offrirgli reali vantaggi. Resta da capire se questa presa di posizione riuscirà a tradursi in atti concreti oppure se finirà assorbita dalle dinamiche di un sistema che, fino a oggi, ha mostrato una notevole capacità di resistere a qualsiasi tentativo di riequilibrio.


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