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Il Punto. Libano, lo Stato che non riesce a stare in piedi

Tra Hezbollah, vuoto istituzionale e pressione israeliana, Beirut resta sull’orlo del collasso.

Rosa Davanzo

Tempo di Lettura: 3 min
Il Punto. Libano, lo Stato che non riesce a stare in piedi

Il Libano continua a esistere più come spazio che come vero e proprio Stato. A distanza di anni dall’inizio della sua crisi sistemica, e dopo il trauma mai davvero elaborato dell’esplosione al porto di Beirut, il Paese dei cedri si muove in una zona opaca dove le istituzioni formali sopravvivono, ma il potere reale è altrove. La fotografia di fine 2025 è quella di un Paese paralizzato politicamente, esausto economicamente e strutturalmente ostaggio di un attore armato che non risponde allo Stato: Hezbollah.

Sul piano istituzionale il Libano resta privo di una guida solida. La presidenza è stata a lungo vacante o svuotata di autorità effettiva, il governo naviga a vista e il Parlamento è frammentato in blocchi incapaci di produrre decisioni strategiche. La formula confessionale, pensata per garantire equilibrio, oggi funziona come una macchina di veto permanente. Nulla si muove senza consenso unanime, consenso che però non arriva mai. In questo vuoto, il potere non si dissolve ma cambia forma.

A esercitarlo, soprattutto nel sud del Paese e nelle periferie sciite della capitale, è Hezbollah. Formalmente partito politico, sostanzialmente forza militare autonoma, il movimento guidato da Hassan Nasrallah continua a rappresentare lo Stato nello Stato. Controlla territori, gestisce servizi sociali, decide tempi e modalità del confronto armato con Israele. Le Forze Armate libanesi, sotto-finanziate e politicamente vincolate, non hanno né la capacità né il mandato per contrastarlo.

Il confine meridionale è il punto più sensibile. Dopo il 7 ottobre e la guerra a Gaza, il fronte nord di Israele è tornato a essere una linea di attrito costante. Scambi di fuoco, evacuazioni di villaggi, missili anticarro e droni hanno trasformato il sud del Libano in una zona semi-bellica.

Hezbollah calibra ogni mossa per restare sotto la soglia della guerra totale, ma sufficiente a mantenere la pressione su Israele e a ribadire il proprio ruolo di “resistenza”. Israele, dal canto suo, risponde colpendo infrastrutture e quadri militari, senza illusioni sulla neutralità libanese.
Il problema è che il Libano paga un prezzo molto alto: ogni escalation brucia risorse, allontana investimenti, accelera l’emigrazione e logora una popolazione già provata da inflazione, blackout, collasso bancario e povertà diffusa. La presenza di UNIFIL nel sud, simbolo di una comunità internazionale ormai rassegnata alla gestione dell’instabilità, non basta a cambiare gli equilibri sul terreno.

Sul piano regionale, il Libano resta una pedina dell’asse iraniano. Teheran non ha interesse a una guerra totale che metterebbe a rischio Hezbollah, ma neppure a una vera normalizzazione che ne ridurrebbe il peso. Il risultato è una tensione controllata, cronica, che tiene il Paese in uno stato di sospensione permanente.

Il Libano di oggi non è solo fragile ma è un vero e proprio ostaggio di una contraddizione irrisolta. Senza disarmare Hezbollah non può tornare uno Stato sovrano e senza uno Stato funzionante nessuno ha la forza di disarmare Hezbollah. In mezzo c’è Israele, che guarda al nord non come a un vicino, ma come a una effettiva minaccia strutturale.

La domanda non è se il Libano cambierà presto, ma quanto a lungo potrà continuare a restare così, prima che l’equilibrio precario si rompa di nuovo. E quando accadrà, difficilmente sarà Beirut a decidere tempi e modalità.


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