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Libano. Le prigioni di Hezbollah nel cuore di Beirut

Un’inchiesta della tv libanese MTV svela la mappa dei centri di detenzione clandestini a Dahiyya

Shira Navon

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Libano. Le prigioni di Hezbollah nel cuore di Beirut

Un servizio televisivo trasmesso dall’emittente libanese MTV ha scosso nelle ultime ore il fragile equilibrio politico del Libano, riportando alla luce una questione che da anni aleggia nel dibattito pubblico ma che raramente viene affrontata con tanta chiarezza. Durante la trasmissione, il canale ha mostrato una mappa dettagliata del quartiere di Dahiyya, la vasta periferia meridionale di Beirut considerata la roccaforte di Hezbollah, indicando diversi edifici che secondo l’inchiesta verrebbero utilizzati come centri di detenzione e di interrogatorio gestiti dalla milizia sciita al di fuori di qualsiasi controllo statale.

La rivelazione ha provocato una reazione immediata e violenta da parte dei sostenitori dell’organizzazione. Sui social network libanesi sono apparse accuse contro l’emittente, accusata di fornire informazioni utili a Israele e di mettere a rischio la sicurezza degli abitanti del quartiere. Poche ore dopo la trasmissione, il sito web della televisione è rimasto inattivo per diverse ore a causa di un attacco informatico rivendicato da un gruppo di hacker che si fa chiamare Electronic Patamon, mentre ai giornalisti dell’emittente sono arrivate minacce dirette.

Il servizio di MTV indicava una serie di strutture che, secondo l’inchiesta, sarebbero utilizzate come prigioni non ufficiali. Tra queste figurano il complesso di Al-Mujtaba situato dietro la sede del canale Al-Manar, emittente legata a Hezbollah, un edificio nel quartiere di Haret Hreik nei pressi dell’ospedale Bahman, due strutture nella zona di Bir al-Abd e un centro di interrogatorio vicino al complesso Al-Qa’im. Si tratta di luoghi che si trovano nel cuore della Dahiyya, un’area che negli anni è diventata il simbolo del potere politico e militare del movimento guidato da Hassan Nasrallah prima della sua morte e oggi da Naim Qassem.

Il tema delle prigioni clandestine non è nuovo. Organizzazioni per i diritti umani e diversi media libanesi hanno più volte segnalato l’esistenza di centri di detenzione gestiti dalla milizia, nei quali persone sospettate di collaborare con Israele, attivisti politici o semplici cittadini finiti sotto indagine verrebbero interrogati al di fuori delle procedure legali dello Stato. Tuttavia, la decisione di mostrare pubblicamente una mappa con l’indicazione precisa dei siti rappresenta un passo che nel contesto libanese assume un peso politico rilevante, perché tocca uno dei nodi più sensibili della vita pubblica del Paese.

La giornalista Ghada Eid ha difeso il lavoro dell’emittente con parole che riflettono la tensione di queste ore. Alcuni critici, ha spiegato, si sono affrettati a contestare l’inchiesta televisiva, ma nessuno ha messo in discussione l’esistenza stessa di prigioni gestite da una milizia fuori dal sistema giudiziario dello Stato. Secondo Eid, uomini e donne sarebbero stati detenuti in queste strutture per anni nel silenzio generale, una situazione che a suo avviso dimostra quanto sia fragile l’autorità delle istituzioni libanesi nelle zone controllate da Hezbollah.

Le testimonianze raccolte sui social network rafforzano questa percezione. Un abitante di Beirut, Ali al-Sa’e, ha raccontato di essere stato fermato e interrogato nel quartiere meridionale della capitale oltre dieci anni fa mentre visitava un amico, descrivendo una serie di spostamenti tra edifici diversi e una procedura di identificazione condotta da uomini della milizia. Il racconto, diffuso online dopo la trasmissione dell’inchiesta, è stato ripreso da diversi commentatori che da tempo denunciano l’esistenza di uno “Stato parallelo” costruito da Hezbollah nel cuore del Libano.

Il punto centrale della polemica riguarda proprio questo equilibrio precario tra la struttura ufficiale dello Stato e il potere esercitato dalla milizia sciita, che nel corso degli anni ha costruito una rete capillare di servizi sociali, comunicazioni, strutture finanziarie e apparati di sicurezza. La diffusione della mappa da parte di MTV ha riportato alla luce questa realtà con una forza che il dibattito politico libanese fatica spesso ad affrontare apertamente, perché la questione tocca i rapporti di forza interni e il ruolo dell’Iran nella regione.

Mentre la tempesta politica continua a crescere, la vicenda mostra ancora una volta quanto sia difficile per il Libano definire i confini della propria sovranità. In un Paese attraversato da crisi economiche, tensioni settarie e pressioni regionali, la domanda che emerge dalle polemiche di queste ore riguarda il controllo del potere sul territorio e il futuro delle istituzioni libanesi di fronte alla presenza di un’organizzazione armata che dispone di strutture proprie e di una capacità di influenza che supera di gran lunga quella di un semplice movimento politico.


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