Per anni la forza Radwan è stata il simbolo dell’ambizione offensiva di Hezbollah, l’unità scelta e addestrata per attraversare il confine e portare la guerra in territorio israeliano, ma oggi quella stessa struttura appare costretta a ripensare se stessa, arretrando verso nord e assumendo compiti prevalentemente difensivi in un contesto che, dopo mesi di scontri e operazioni mirate delle IDF, non è più quello che era all’inizio del conflitto sul fronte settentrionale. La cattura notturna di un alto esponente dell’organizzazione nel sud del Libano, prelevato in un’operazione complessa e condotto in Israele per essere interrogato, ha rappresentato uno dei segnali più evidenti della pressione costante esercitata sui vertici, mentre in altri villaggi sono stati individuati depositi con centinaia di razzi Grad, accumulati con l’idea di un utilizzo futuro che ora sembra rinviato ma non cancellato.
Nel sud della Siria, in un’area che fino a poco tempo fa era saldamente dentro l’orbita iraniana, le forze israeliane hanno distrutto infrastrutture e magazzini di armi collegati a milizie alleate di Hezbollah, a conferma che il teatro operativo non si limita alla linea del Litani ma si estende lungo un corridoio che per anni ha garantito rifornimenti e profondità strategica. La caduta del regime di Assad e il progressivo disimpegno iraniano hanno modificato gli equilibri regionali, lasciando l’organizzazione sciita in una posizione più esposta e costringendola a concentrare uomini e mezzi in aree urbane dove il controllo è più agevole ma il margine di manovra più ristretto.
La cosiddetta “riprofessionalizzazione” di Radwan non è uno slogan, bensì il tentativo di salvare ciò che resta di una forza decimata da eliminazioni mirate e perdite sul campo, ridisegnandone le missioni in chiave di contenimento e protezione delle retrovie. Secondo fonti di sicurezza israeliane, l’unità è stata spinta lontano dal confine diretto con Israele e incaricata di presidiare settori sensibili tra Libano e Siria, mentre l’idea di un’incursione su larga scala appare congelata in favore di una strategia di logoramento che punta a sopravvivere, più che a vincere. Per Hezbollah la “vittoria” si misura ormai nella capacità di restare in piedi giorno dopo giorno, in attesa di un momento più favorevole.
Questa linea prudente, attribuita al segretario generale Naim Qassem dopo l’eliminazione di Hassan Nasrallah, non è però indolore all’interno dell’organizzazione. Nei quartieri sciiti di Beirut e nei villaggi del sud, dove le distruzioni sono ancora visibili e i fondi per la ricostruzione tardano ad arrivare, cresce la frustrazione di militanti che vedono ridursi il margine d’azione e temono che la deterrenza costruita in anni di conflitto venga erosa. Israele, dal canto suo, continua a colpire infrastrutture e comandanti, mantenendo una politica di intervento che esclude formalmente Beirut salvo decisioni politiche specifiche, ma che di fatto dimostra come nessun livello sia considerato intoccabile.
Il nodo decisivo resta quello finanziario. Con le rotte di contrabbando dalla Siria compromesse e la capacità produttiva interna gravemente danneggiata, Hezbollah si affida a trasferimenti di denaro provenienti dall’Iran, spesso veicolati attraverso circuiti informali e cambiavalute in Turchia, che consentono di garantire stipendi regolari ai combattenti. Un miliziano può ricevere somme superiori a quelle offerte dall’esercito libanese, il quale fatica a trattenere personale senza un sostegno internazionale robusto, e questo squilibrio alimenta un bacino di reclutamento che, pur ridotto, non è esaurito.
Sul piano politico, l’ascesa del presidente Joseph Aoun e la retorica delle “armi nelle mani dello Stato” hanno aperto una fase nuova a Beirut, tuttavia l’esercito libanese appare ancora troppo fragile per smantellare in modo sistematico tunnel, bunker e depositi nel sud del Paese, tanto che il coordinamento con gli Stati Uniti e la Francia si concentra su incentivi economici e supporto logistico nel tentativo di rafforzare le istituzioni. Israele osserva e spinge, convinto che solo un indebolimento strutturale di Hezbollah possa tradursi in una dissoluzione reale, anche se questo scenario richiederebbe operazioni più ampie e rischiose.
Nel frattempo, lungo la recinzione settentrionale, la sfida non è soltanto militare ma psicologica, perché riportare i residenti israeliani a vivere e lavorare nei campi significa dimostrare che la nuova realtà di sicurezza non è una tregua fragile ma un cambiamento profondo. Hezbollah si prepara al prossimo round con ciò che gli resta, Israele continua la sua pressione selettiva, e tra queste due dinamiche si gioca un equilibrio instabile che potrebbe evolvere verso un’ulteriore escalation oppure verso una lenta erosione della capacità operativa dell’organizzazione sciita.
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